Anche negli USA la giustizia rallenta le espulsioni

Anche negli USA la giustizia rallenta le espulsioni

01.08.2019 - 00:00

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Sarà ancora la lotta all’immigrazione clandestina il leitmotiv della campagna elettorale di Trump per la rielezione nel 2020. Lo si è capito 10 giorni fa quando con un ordine esecutivo ha concesso all’ICE, l’Agenzia federale responsabile del controllo delle frontiere e dell’immigrazione, poteri illimitati nella cattura e espulsione di clandestini. Non solo e non più quelli fermati al confine. Da oggi a rischio deportazione sono tutti gli oltre 10 milioni di immigrati illegali che si trovano nel Paese, anche da decenni.

All’apparenza sembra una vittoria della dottrina-Trump, ma a ben guardare forse non è proprio così. Secondo un’analisi di Politico e The Marshall Project l’arretrato giudiziario, nell’ultimo anno, è cresciuto molto più rapidamente rispetto agli arrivi di migranti. Giudici e avvocati concordano nel riconoscere come le mosse dell’amministrazione, pensate per accelerare l’iter delle espulsioni, abbiano invece prodotto l’effetto contrario. Con il risultato di aver rallentato la macchina della giustizia e mandato in tilt l’intero sistema. Negli ultimi tre anni l’arretrato è aumentato del 68%. E così oggi nei tribunali più grandi, come New York, Los Angeles e Houston, le udienze per decidere se un immigrato illegale che si trova in stato di fermo vada o meno espulso, non vengono fissate prima del 2023. Mentre per la conclusione di tutto il procedimento giudiziario si calcola un tempo medio di 10 anni. Anche con il nuovo ordine esecutivo della Casa Bianca, che rischia però di essere bloccato dai ricorsi già annunciati dalle associazioni per la difesa dei diritti umani, ci vorrebbero comunque anni per smaltire tutto l’arretrato. Anche perché l’ex procuratore generale Jeff Sessions subito dopo la sua investitura ha imposto ai giudici, che non sono indipendenti ma rispondono al Dipartimento della Giustizia, di esaminare tutti casi legati all’immigrazione clandestina e di non procedere più alle sospensioni dei casi meno gravi. Un’analisi delle cifre del Dipartimento di Giustizia mostra che gli ordini dell’amministrazione sono stati seguiti: negli ultimi due anni l’uso delle sospensioni è crollato.

Ora i pubblici ministeri sono incaricati di perseguire ogni espulsione e i giudici non hanno altra scelta che procedere con tutti i casi. Ma c’è di più, la disposizione emanata da Sessions si applica anche ai 330.000 casi precedentemente chiusi. E che quindi sono stati riaperti. Inutile anche l’assunzione di nuovi giudici dell’immigrazione. Dall’elezione di Trump nel 2016 l’arretrato peggiora di anno in anno, e a giugno i casi in attesa di giudizio hanno raggiunto il record storico di 877mila.

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