Cerca
Logo
Cerca
Edicola digitale
+
In evidenza

Siena, Palio: morto il fantino Pel di Carota passato alla storia per una manovra incredibile

Eleonora Mainò
  • a
  • a
  • a

Se ne è andato Arturo Deiana, per la storia del Palio Pel di Carota per il suo inconfondibile pelo fulvo. Nonostante le pochissime carriere disputate, due appena, rimarrà nella memoria di molti senesi.

 

 

Classe 1938, sardo di Ilbono, della sua terra conservava quel tono deciso ma dolce, quella maniera di parlare piegando la testa, senza voler prevaricare mai. Viveva a Montieri, quasi in un enclave, dove, una volta scesi fin laggiù, non si capiva bene se quel luogo fosse una terra di mezzo tra la Toscana e la Sardegna o un mondo oltre il tempo e lo spazio. Era un uomo che trovava la sua dimensione in mezzo alla natura, dove passava il tempo intrecciando ceste e scrivendo rime e versi. Ma c'era, per Arturo, un altro posto nel mondo: Siena. La magia, pur nella malinconia, di quel sogno del Palio che lo aveva imprigionato e non lo aveva mai più abbandonato. E la strada da Montieri a Piazza del Campo  non era mai troppo lunga o troppo faticosa. A guardare le prove coi vecchi fantini del suo tempo, dietro la rete a Monticiano per non perdere un addestramento e al suo posto, sempre, nel suo tavolo dietro l'edicola per la cena della prova generale nell’Istrice. Lui sapeva bene quali valori della vita contavano davvero: la sua Cecilia, i figli, la famiglia e gli amici. Tanti, soprattutto in Camollia, amici di cui ha avuto il tempo di conoscere le future generazioni, incantate dalla sua storia. Poi i racconti, su tutti le figure del Barone Sergardi, alla cui famiglia era ancora legatissimo, e di Fabio Rugani. Uomini di un Palio fatto di parole, inganni, delusioni e sotterfugi ma di grande statura morale.

 

 

Il suo posto nella storia della Festa se lo è ritagliato il 2 luglio 1966: prima prova nella Pantera su Archetta, che lo scarica a San Martino. Pel di carota si fa male a una gamba e pensa che sia finita lì. Invece l’1 luglio lo cerca l’Istrice per metterlo su Bolero. Una puntura sul dolore, e l’accoppiata esce dall’Entrone per la prova generale e arriva al giorno fatidico, dove c’è la Lupa da tenere d’occhio con il forte Danubio montato da Bozzolo. “Mi dissero di non perdere tempo a nerbarlo perché se mi scappava non lo riprendevo più - raccontava sempre Arturo. - L’ordine era di buttare giù il fantino e di fermare il cavallo, ma ero inesperto e lo feci in maniera troppo evidente”. Dopo la mossa Pel di Carota alza verso i palchi i portacolori di Vallerozzi, lascia il barbero scosso e a San Martino lo prende per le redini, compromettendone i sogni. “Per due giri e mezzo guardai solo indietro per non farlo passare, ma sono convinto che, se avessi spinto, avrei vinto perché rimasi sempre con gli altri anche se non mi stavo interessando a cosa succedeva davanti”. La manovra lo consacra eroe per gli istriciaioli, ma gli costa 8 Carriere di squalifica. Rientrerà nel luglio 1972 su Pitagora nella Selva, cadendo al secondo San Martino e sparendo dai registri della segnatura dei fantini. “Se tornassi indietro - ripeteva - quella cosa non la rifarei”. Però poi tirava fuori l'immagine che portava sempre con sé di Danubio alla briglia.