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Processo marchio Ac Siena, Fabrizio Viola: "Non pensavo che la squadra potesse fallire. Mps costretta a interrompere sponsorizzazione"

Claudio Coli
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"A causa dei vincoli della Commissione Europea ero spalle al muro: ho dovuto interrompere la sponsorizzazione al Siena, non era più sostenibile. Ma non pensavo si potesse arrivare al fallimento”.

 

 

Queste le parole di Fabrizio Viola, ex ad di banca Mps, nel corso della testimonianza resa ieri pomeriggio al Tribunale di Siena nell'ambito del processo sul caso della cessione del marchio Ac Siena realizzata dal club con Mps che la magistratura senese reputa una “plusvalenza” artificiale messa a punto nel tentativo di sanare un bilancio in perdita (a giudizio ci sono 5 persone, tra cui Massimo Mezzaroma e Giuseppe Mussari, per bancarotta fraudolenta in concorso), Viola, interrogato da pm e avvocati difensori, ha raccontato soprattutto le fasi più drammatiche del suo lavoro in banca, che travolta dalla crisi ha dovuto ricorrere agli aiuti di Stato sottostando così a precisi input da parte della Commissione Europea.

 

 

 

 

“Per via di questi vincoli prendemmo la decisione di non rinnovare i contratti di sponsorizzazione sia del calcio che del basket, che erano rilevanti. Erano oneri non in linea con il piano di ristrutturazione, fu attuato un taglio dei costi feroce. Il presidente Mezzaroma non ebbe una reazione positiva alla notizia, ma io ero spalle al muro, non c'era margine di trattativa” ha sottolineato Viola. Che ha continuato: “Sapevo che interrompere il rapporto avrebbe avuto un impatto significativo ma non credevo potesse determinare il fallimento, pensavo potessero sopraggiungere altre risorse, ci muovemmo per trovarle, così da attenuare gli effetti negativi”. Sull'operazione del marchio: “Aveva una struttura classica, una practise usata spesso da altri club” ha affermato citando l'esempio della Sampdoria. “Seedorf? Lo conoscevo, lo coinvolsi perché aveva spiccato senso manageriale, per capire come riequilibrare costi e ricavi del club.