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Covid Siena, Federico Franchi: "Alle Scotte poche polmoniti. Con il virus non si va più in terapia intensiva"

Carlo Pellegrino
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“I pazienti che entrano in ospedale con gravi quadri di polmonite come vedevamo nei periodi più difficili della pandemia ormai sono pochissimi. Possiamo dire meno del 10%”. Federico Franchi, professore all'Università di Siena, è il coordinatore medico della Covid Unit dell’Aou Senese: il direttore di anestesia e rianimazione cardio-toraco-vascolare analizza la situazione alle Scotte, dopo l’aumento dei pazienti ricoverati con il virus nell’ultimo periodo. Oggi in cura ci sono 31 pazienti, dei quali nove nel setting di media intensità e 22 in degenza ordinaria.

 

 

 

 

 

Professore, chi sta arrivando alle Scotte?
“Circa due terzi delle persone hanno sintomi riconducibili all’infezione, un terzo è invece asintomatico”.
Che età hanno queste persone?
“Nella stragrande maggioranza anziani. Se consideriamo una media di 35 pazienti negli ultimi giorni, almeno una ventina sono over 80”.
E i più giovani?
“Della fascia tra i 50 e gli 80 anni fanno parte solitamente persone che entrano in ospedale per fare altro e scoprono di essere positivi”.
Un quadro di relativa serenità, forse anche grazie alle temperature miti.
“Sicuramente queste condizioni climatiche ci hanno aiutato, sembra di essere a maggio più che a novembre. Nell’unica settimana un po’ più fredda, peraltro, i ricoveri avevano iniziato a salire”.
E’ anche vero che nel mese di luglio, con un caldo torrido, c’è stato uno dei picchi più acuti di infezioni.
“Siamo ormai abituati all’idea che con il Covid vale tutto e il suo contrario. Restiamo ai dati oggettivi: oltre la metà dei pazienti non sono in ospedale per il Covid, ma con il Covid. E soprattutto in terapia intensiva negli ultimi mesi abbiamo avuto solo un paziente, trasferito da Campostaggia per un intervento chirurgico che necessitava di risveglio in terapia intensiva pur non avendo sintomatologia Covid, ma per le sue condizioni di base, e dopo 3-4 giorni è stato possibile trasferirlo nella subintensiva Covid. Non era in terapia intensiva per il virus, ma per le condizioni dopo l’intervento”.

 

 


Cosa significa questo? Perché non si va più in terapia intensiva?
“Vuol dire che non ci sono più insufficienze respiratorie così gravi da necessitare di questo tipo di cure”.
Una svolta anche per l’ospedale.
“L’impegno in terapia intensiva, per il policlinico nel suo complesso, è molto più elevato. Questa è una splendida notizia anche perché significa che non abbiamo più da gestire quei quadri di estrema gravità che avevamo in passato”.
Perché?
“Intanto per i vaccini: la stragrande maggioranza della popolazione è stata vaccinata, a partire dai più fragili. Poi perché le varianti si sono via via attenuate come aggressività e gravità dei quadri clinici di presentazione, pur diventando tal volta più contagiose”.
Chi muore oggi di Covid?
“Persone che per anzianità, o per comorbilità, sono più deboli dal punto di vista immunitario”.
Siamo fuori dall’emergenza?
“E’ presto per dirlo. Non è scaramanzia, ma semplice osservazione”.
Che autunno e inverno ci aspettano?
“Suppongo che con temperature più rigide avremo più contagi e ricoveri”.
Continueremo a vivere senza più restrizioni?
“Qualora dovessero aumentare sensibilmente i casi non si può escludere una qualche forma di contrasto alla diffusione del virus”.
Sarebbe un bene, da medico, tornare a indossare la mascherina in caso di recrudescenza del virus?
“I virus pericolosi ci sono e i soggetti deboli anche. Non vedrei niente di negativo in una mascherina da indossare in luoghi particolarmente affollati, magari per periodi brevi. Proprio per proteggere le persone fragili, uno sforzo non sarebbe poi così faticoso. All’aperto invece direi che possiamo continuare così”.
Come medici state vivendo un periodo di ritrovata serenità?
“Sicuramente possiamo dedicarci tutti ai nostri lavori, io mi sto occupando più del mio reparto. Piano piano un po’ tutti stiamo tornando alla normalità”.
E alle Scotte l’attività va avanti in maniera intensa.
“C’è da dire che il nostro ospedale si è impegnato tanto per non far mancare niente ai pazienti anche nei momenti più bui della pandemia, seguendo le indicazioni del nostro direttore generale abbiamo profuso il massimo impegno. Il fatto che oggi i professionisti possano dedicarsi principalmente alle proprie mansioni è sicuramente importante”.
La quarta dose?
“Per le categorie a cui viene consigliata, come i pazienti fragili, è bene farla. Le altre persone, se non obbligatorio, sceglieranno in coscienza. Dipende anche da cosa si fa nella vita: io sono un medico e ho ritenuto giusto vaccinarmi, anche perché se tra qualche settimana tutto il personale sanitario dovesse ammalarsi di Covid chi andrà a lavorare? I medici si devono mettere nelle condizioni di poter curare i propri pazienti. Con una precisazione importante”.

Quale?
“Che se oggi facciamo questi discorsi è perché tutti ci siamo vaccinati. Il successo della campagna nelle prime tre dosi ci ha portato in questa situazione, ben diversa da quella in cui eravamo”.