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Siena, la rabbia di un imprenditore: "Voglio aprire un'attività in centro ma senza tavolini fuori lascio perdere"

Marco Decandia
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Vorrei aprire un nuovo locale in centro e creare occupazione, ma se non posso mettere fuori i tavolini lascio perdere e cederò il mio fondo a qualche marchio in franchising”. Trattiene a stento la delusione Gianpiero Orazioli (al centro nella foto), che insieme al padre Rinaldo e alla madre Leda Pieroni porta avanti un noto Caffè in Banchi di Sopra, ma che sta inseguendo un’idea che, ora come ora, non ha sbocchi. “Abbiamo comprato un fondo – spiega - e la licenza per fare un bar ristorante, con un bell’investimento. E’ in via Rinaldini, al Chiasso Largo, dove c’era la libreria Palomar. Dentro servono il bancone, la dispensa, un ripostiglio, il magazzino, i bagni per disabili: va a finire che di spazio ne rimane poco. Per questo sono necessari i tavolini fuori. Prima di avviare i lavori, abbiamo chiesto al Comune se la cosa è fattibile o no, la risposta è stata che, senza prima vedere il locale finito, non è possibile dare un parere preventivo. Ne discussi, a livello personale, con Alberto Tirelli, che all’epoca era assessore al commercio, e lui mi disse che a suo avviso non ci sarebbero stati grossi problemi, soprattutto visto il momento attuale e la politica di venire incontro agli imprenditori sposata da Palazzo pubblico. Magari non davanti all’ingresso, dove c’è l’accesso a piazza del Campo, ma sul lato che fronteggia il Rettorato una o due file di posti erano pensabili, vista la larghezza della strada. Dove, aggiungo io, adesso vengono parcheggiate auto e furgoni a ogni ora del giorno, occupando quello spazio che per noi farebbe la differenza. Con questo parere, non ufficiale ma comunque incoraggiante, siamo andati avanti, ma lo stop è arrivato dalla Soprintendenza alle belle arti e paesaggio”.

 

 

Gianpiero tira fuori i documenti ufficiali, ovvero la risposta alla sua richiesta di “installazione di arredi esterni per attività di bar/ristorazione” presentata tramite pec in data 3 maggio di quest’anno. Si legge che il parere è negativo in quanto la “proposta è incompatibile per dimensione, ubicazione e caratteristiche materiche. In particolare, in merito all'ubicazione, si evidenzia che la facciata principale di Palazzo Piccolomini sede dell'Archivio di Stato, si apre all'angolo con via Rinaldini verso la prospettiva su piazza del Campo, la cappella di Piazza e la Torre del Mangia. In questo ambito, di grande delicatezza, l'inserimento di qualsiasi manufatto è incompatibile, perché in conflitto non solo con detta visuale di pregio, ma soprattutto con la percezione della facciata monumentale di un complesso fortemente simbolico (oltre che tutelato) perché voluto da Enea Silvio Piccolomini appena salito al Soglio pontificio. Nel merito si evidenza che l'architettura dell'impaginato di facciata è attribuita al Rossellino. Sebbene nel caso in esame la proposta non sia relativa anche a dehors, ma solo ad occupazione semplice con arredi esterni, si conferma che la delicatezza di questo ambito urbano ne comporta l'esclusione da qualunque richiesta di occupazione”.  E qui le cose si arenano. “Con un simile parere – sottolinea Orazioli – l’unica via d’uscita è legata a una decisione del sindaco a favore dei tavolini, ma vorrebbe dire andare contro la Soprintendenza, e visto che l’amministrazione è a fine mandato, è difficile sperare che prenda una posizione così netta. Ne ho nuovamente parlato, in forma privata, con Tirelli, che però non ha più l’incarico e che, a parte farmi presente la sua solidarietà, al massimo può tentare di parlare con il primo cittadino Luigi De Mossi, ma senza una vera autorità ufficiale per farlo. Il nuovo assessore, Stefania Fattorini, ha oltretutto escluso l’ipotesi di arredi di fronte al Rettorato. Quindi io l’investimento l’ho fatto, sto pagando il mutuo, dovrei indebitarmi ancora di più per fare i lavori senza però poter avere spazio all’esterno per i clienti. All’interno, a esagerare, potrei arrivare a ospitare 10 persone, ma così non rientrerei mai nelle spese e non ne vale la pena, anche se mi dispiace non solo come professionista, ma anche come senese. Aprendo, avrei potuto creare almeno 8 o 10 posti di lavoro tra baristi, camerieri, cuochi e altre figure. In più, ovviamente, o vendo il fondo oppure lo affitto, magari all’ennesima catena di franchising, le uniche che possono affrontare certi costi e imposizioni con una certa tranquillità. Così, in un centro storico dove negozi e attività radicate chiudono e spariscono, lasciando posti vuoti e serrande abbassate, magari chi si dirige verso piazza del Campo, cuore e simbolo della città, vedrà un nuovo negozio di abbigliamento dal nome straniero, che niente ha a che vedere con Siena. Io e la mia famiglia abbiamo una lunga tradizione nel nostro settore, ma non possiamo buttare i soldi in nome di princìpi e sogni che poi, alla fine, non pagano i conti”.

 

 

C’è tempo per un’ultima riflessione: “Dopo la pandemia, e con le attuali difficoltà per il commercio legate agli aumenti di energia e materie prime, è triste vedere che non c’è modo di venire incontro a chi ha voglia e idee per fare imprenditoria, soprattutto di tipo locale. Niente mi renderebbe più soddisfatto di trovare una soluzione che accontenti sia noi che la Soprintendenza e il Comune, altrimenti vendo la licenza e lascio perdere”.