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Siena, Confartigianato sul caro energia: "Rischiano di chiudere due aziende ogni dieci"

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Anche a Siena gli allarmi sul caro energia si susseguono. Giorno dopo giorno, associazione dopo associazione. Così dopo Confesercenti e Confcommercio, tocca a Confartigianato gridare per denunciare la situazione delle aziende senesi, strozzate dai costi. “Confermo che l’autunno rischia di essere drammatico – annuisce il presidente Mario Cerri – Se un’azienda su dieci rischia di chiudere a ottobre? Ho l’impressione sia una previsione troppo ottimistica. Con i nuovi aumenti annunciati in bolletta temo che possa saltare il 20, anche il 30% delle nostre attività”.

E’ una situazione così drammatica?

“Onestamente sì. E mi meraviglio che a livello nazionale non ci sia una discussione aperta per provare a fare qualcosa: sento chi addirittura parla di ripresa, evidentemente non ci si rende conto della gravità della situazione”.

Per chi è più grave?

“Le piccolissime imprese, con uno o due dipendenti, forse in qualche modo possono andare avanti. Le grandi forse hanno la struttura per sopportare questi costi. Ma le medie, penso a chi ha una decina di dipendenti, rischiano di non avere la forza per sopravvivere”.

Quali, invece, i settori più colpiti dai rincari?

“Tutto il manifatturiero. Dai panifici alle falegnamerie, dai metalmeccanici alle fonderie. E tutti quelli che fanno un uso massiccio dell’energia”.

Verso quale situazione stiamo andando?

“Chiusure, licenziamenti, problemi sociali. E anche chi riuscirà a fatica a stare aperto dovrà per forza aumentare i costi di ciò che produce, scaricando sul consumatore questi aumenti. Che a sua volta, gravato da bollette più alte, avrà comunque meno possibilità di spendere”.

Un quadro davvero fosco.

“Reso ancora più drammatico dai problemi legati al superbonus. Una misura che all’inizio ha aiutato, ma che adesso sta creando enormi problemi alle aziende”.

Perché?

“Perché hanno eseguito i lavori, anticipando le spese, e ora si trovano nel cassetto fiscale dei crediti che non riescono più a cedere. Perché la burocrazia e i tempi sono asfissianti e perché le banche sono arrivate al limite di ciò che potevano emettere come liquidità”.

Quanto è grave questo problema?

“Così grave che soltanto Confartigianato ha una quarantina di aziende con dei crediti bloccati che non riescono a riscuotere. Siamo al paradosso, anche per le aziende che potrebbero non riscattare il credito e avere una compensazione sulle tasse. Ecco, questa compensazione avviene nell’arco di cinque o dieci anni, ma oltre ad anticipare soldi per materiali e lavori, l’impresa si trova anche a dover anticipare l’Iva”.

Cosa non ha funzionato?

“L’idea di partenza era ottima. Ma dovevano essere fatti più controlli per evitare che qualcuno approfittasse di questa opportunità con procedure poco chiare, aumentando i prezzi o inventandosi impresari edili senza esserlo. Se la cessione del credito fosse stata in capo al committente, poi, probabilmente la procedura sarebbe stata più snella e questo avrebbe anche potuto calmierare i prezzi”.

Non è il primo allarme lanciato dalle associazioni di categoria in questi difficilissimi anni, iniziati con la pandemia. Cosa c’è di diverso oggi?

“Che con il Covid lo Stato ha fatto qualcosa, ha dato dei sostegni che hanno permesso, pur tra mille problemi, di andare avanti. Ora siamo dentro a un’emergenza mondiale che ha stravolto i prezzi e non si intravede nulla che ci possa rendere ottimisti”.