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Palio di Siena, Cianchino: "Contrade più forti del Covid. Per ripartire serve lotto esperto. Io cercherei Rocco Nice"

Marco Decandia
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Senza il Palio, Siena è ferita, mutilata di una parte importante di sé. Però sono sicuro che saprà reagire e uscirne grazie allo spirito della sua gente e alla forza delle 17 repubbliche che la compongono”. Così si esprimeva, nella tarda primavera del 2020, Salvatore Ladu detto Cianchino, nato in Sardegna ma “con questa città che mi è entrata sotto la pelle e che sento mia”, confessa con gli occhi che brillano. Una leggenda di Piazza, 46 volte al canape tra il luglio del 1978 e quello del 2005, 8 vittorie (tra cui quella leggendaria, e lottatissima, con cui tolse la cuffia al Bruco nell’agosto del 1996), 15 giubbetti indossati (nell’armadio mancano solo quelli di Giraffa e Selva) e una conoscenza intima dei meccanismi e delle sensazioni legate al Campo.

 


A due anni di distanza, il tufo che sta per tornare ed è tempo di chiudere il cerchio per capire se le previsioni sono state azzeccate. “Mi sembra che Siena – commenta Cianchino – abbia retto bene, almeno per quanto riguarda il Palio. Anche con le restrizioni, le 17 repubbliche, le contrade, sono pilastri di cultura e una scuola di vita che nessuno può distruggere, tantomeno il Covid”.
Sono stati due anni duri, anche con lutti pesanti come quello legato a Brio. Come si ripartirà senza di lui?
La sua morte non ha stravolto solo Siena, ma tutti coloro, anche all’esterno, che hanno avuto l’onore di conoscerlo. In Piazza, poi, si è perso un punto di riferimento, perché Andrea Mari non era solo un bravo fantino, ma anche un ago della bilancia. L’ho sempre chiamato il direttore d’orchestra, non a caso: in tante cose sapeva come gestire senza mai prevaricare gli altri. Il Palio aveva bisogno di una persona così, e la sua mancanza si sentirà pesantemente.
Da ex ago della bilancia, quindi esperto in materia, come ritiene che si muoveranno Tittia, Scompiglio e Gingillo, ora che il quadro delle partecipanti al 2 luglio è completo?
Tittia è senza dubbio il più sacrificato, ma il Palio è fatto di improvvisazione e di sfide, quindi tutto può essere sconvolto. Sarà fondamentale l’assegnazione dei cavalli il 29 giugno, in base a come andranno in sorte alle contrade. Gingillo e Scompiglio hanno più vantaggi e strade aperte, ma sono due e non possono montare ovunque, quindi anche chi ha stretto rapporti con loro potrebbe doversi guardare intorno. E Giovanni Atzeni, per le capacità che ha, può scegliere benissimo dove dirigersi. Se il soggetto è di suo gradimento, anche una dirigenza che oggi sembra lontana come farebbe a dire di no se arrivasse la segnalazione giusta? Sento dire che ha una sola strada aperta, forse una e mezza. Per me non è così: al momento almeno tre giubbetti li potrebbe già indossare, ma potrebbero aumentare se non ha preso impegni.

 


In un mondo sempre più professionistico, la parola ha ancora valore?
Sempre. A Siena vale più di ogni altra cosa. Quando sono arrivato io, aveva un peso enorme, e credo che sia ancora fondamentale e che vada rispettata, sia nel dare che nell’avere. Se per gli accordi che hai preso ti ritrovi un sesto o settimo cavallo, lo devi montare anche a costo di vedere una prima scelta che resta senza un fantino di grido.
Dopo due anni di stop, è meglio puntare su cavalli esperti o l’addestramento in provincia ha evidenziato qualche candidato?
Se ci deve essere un debuttante, spero che si tratti di un fantino e che venga fatto un lotto di cavalli esperti, anche per tenere lontane le proteste degli animalisti, che non aspettano altro per recuperare la ribalta che, senza il Palio, è mancata anche a loro. Ritengo che ci siano 15 barberi già visti in grado di dire la propria sul tufo, questa è la migliore tutela contro le fantasie di gente incompetente.
Cianchino chi andrebbe a cercare?
Rocco Nice. Ha le caratteristiche giuste per il mio modo di montare.
Lei e Giuseppe Pes avete segnato un’epoca dagli anni Ottanta, non solo per le vittorie, ma anche perché non vi preoccupava montare cavalli poco chiacchierati alla vigilia, ma che poi si rivelavano vincenti o comunque competitivi. Oggi, con gli attuali big, è difficile che succeda…
E’ vero che io e Beppino avevamo questo tipo di capacità, ma ormai non è più necessaria. Le corse in provincia servono soprattutto per fare spettacolo e avere la foto sul giornale, la verità è che i fantini, con tutti i cavalli in scuderia, li hanno sotto controllo e spesso vanno a montare gli uni dagli altri per creare un quadro ancora più chiaro. Quando correvamo noi, ognuno aveva i suoi e difficilmente li faceva provare agli altri, quindi l’occhio per intuire determinate caratteristiche era un’arma fondamentale, a prescindere dal nome e dalla fama del barbero.
Si può dire che a voi serviva essere più coraggiosi nelle scelte rispetto ai colleghi di oggi?
Più che altro il coraggio ce lo dovevamo far venire, perché era facile rimediare due schiaffi non solo dal popolo, ma anche dai dirigenti. Adesso è cambiato tutto: il rapporto delle contrade con i fantini, la macchina del Palio, l’intero approccio al sistema. Le cose si sono adeguate ai tempi, ma una cosa è rimasta: l’amore per la Festa. Le attuali dirigenze sono le migliori che Siena possa avere oggi, come lo erano quelle del periodo in cui correvo io.