Cerca
Logo
Cerca
Edicola digitale
+

Esulta per un gol, tifoso del Poggibonsi perde un dito e denuncia: "Non mi hanno soccorso"

Marco Decandia
  • a
  • a
  • a

Esultare per un gol della propria squadra e rimanere menomato per tutta la vita. E’ la disavventura di Giacomo Stefanori, tifoso del Poggibonsi che domenica era a Piancastagnaio per la sfida dei giallorossi contro la Pianese. Sul finire del primo tempo, quando Bellini ha trovato il gol del pareggio (che ha poi aperto la strada a una rotonda vittoria maturata nella ripresa), il supporter si è arrampicato su una recinzione per festeggiare. E da lì è cominciato il suo dramma, che lo ha portato a perdere un dito, che è stato amputato.
Indossavo un anello - ricorda a due giorni di distanza - ed è rimasto impigliato alla rete che divide la tribuna dal campo di gioco. Nel tentativo di liberarmi, ho dato uno strattone e mi sono portato via tutto. Praticamente, mi è rimasto solo l’osso. E’ stata una scena da brividi, tanto è vero che una persona è svenuta. Sono stato aiutato dai ragazzi che erano con me, siamo entrati in campo e infatti è stata sospesa la partita per circa cinque minuti. Saranno state le 16.40, più o meno”.

 

 

E qui la versione del giovane prende la piega di una denuncia: “Non sono stato soccorso da nessuno di coloro che erano lì per quello scopo. Il medico della Pianese, la cui presenza deve essere garantita per legge dalla società ospitante, non si è qualificato e non è venuto, mentre i volontari si sono rifiutati di farmi salire sull’ambulanza e di portarmi in ospedale, dicendo che né loro né il mezzo potevano allontanarsi, con la partita in corso. Mi sembra un discorso assurdo, credo che ci siano delle priorità. Per il ghiaccio, sono andati i miei amici al bar a farselo dare, sennò non avrei avuto nemmeno quello, e in simili condizioni ho dovuto aspettare che arrivasse un’altra ambulanza, dopo oltre 30 minuti, seduto su un muretto, stravolto dal dolore e dalla paura. Nessuno ha preso in pugno la situazione”.
Così è iniziata una corsa sfrenata verso Siena, con una breve tappa al pronto soccorso di Abbadia San Salvatore: “E’ stata una sosta velocissima, non sono neanche sceso. E’ stato aperto il portellone laterale, una dottoressa ha visto la situazione e ha ordinato di portarmi immediatamente alle Scotte, dove sono arrivato intorno alle 18.30, praticamente due ore dopo l’incidente. I sanitari hanno spiegato che non dovevo essere lì, l’iter giusto sarebbe stato chiamare il Pegaso a Piancastagnaio per essere trasportato d’urgenza a Firenze, dove c’è la microchirurgia. Invece così era passato troppo tempo, il dito era stato raccolto da qualcuno e messo in un sacchetto con il ghiaccio, ma doveva essere conservato in un altro modo. Insomma, a quel punto non c’era più niente da fare, e alle 19.30 c’è stata l’amputazione”.

 

 

Giacomo intende andare per vie legali: “Presenterò denuncia per fare chiarezza sulla vicenda. Le inadempienze sono molto gravi, soprattutto per quanto riguarda la mancanza di assistenza. Non si può neanche dire che non si percepiva la gravità dell’accaduto, era impossibile non capire o fraintendere. Ripeto, avevo solo l’osso, la gente urlava e io non so come ho fatto a non svenire, ma mi raccontano che ero bianco in maniera evidente. Come si fa a questionare su quale ambulanza mi doveva condurre via? Se mi avessero caricato su quella del campo, magari mi portavano a Siena e invece doveva arrivare il Pegaso per andare a Firenze, ma almeno avrebbero fatto qualcosa. Invece niente, sono rimasto fuori dallo stadio ad attendere. Il primo antidolorifico l’ho avuto alle Scotte, quando mi hanno operato in anestesia locale. Ma lasciando perdere il dolore, il fatto è che ora sono senza un dito. Se fosse venuto il medico, l’unico in grado di rendersi conto della gravità, avrebbe potuto sollecitare l’intervento dell’elisoccorso per farlo atterrare sul campo. Se poco dopo le 17 fossi stato a Firenze, invece che quasi due ore dopo a Siena per sentirmi dire «Questo che ci fa qui?», magari qualcosa si salvava. Ripeto, ci ho rimesso un dito e nessuno me lo darà più. Ormai è andata, ma se faccio sentire la mia voce è per evitare che si ripetano simili circostanze. Io ho subìto un’amputazione, ma sono ancora qui a raccontarlo. Se però qualcuno accusa un malore più grave, come un infarto, non può correre il rischio di morire perché nessuno lo soccorre o perché un’ambulanza ha l’ordine di non lasciare il campo. Bisogna pensarci e rimediare”. Un ultimo pensiero Stefanori lo dedica a chi lo ha supportato: “Voglio ringraziare gli amici e i tifosi che mi hanno aiutato dal primo momento, e anche l’Us Poggibonsi che si è preoccupata di sapere come stavo. Anche lunedì ho ricevuto chiamate da dirigenti e giocatori preoccupati per le mie condizioni”.