Cerca
Logo
Cerca
Edicola digitale
+

Covid a Siena, la pneumologa Bargagli: "Più decessi e ricoveri tra gli anziani. Ecco perché non finiscono in rianimazione"

Carlo Pellegrino
  • a
  • a
  • a

La fine dello stato di emergenza dice che il Covid sta diventando un nemico con il quale convivere, non più un incubo che condiziona l’esistenza. Eppure di Coronavirus si continua a morire: anche a Siena, anche alle Scotte. Dodici decessi in una settimana, cinque nella sola giornata di lunedì, due anche ieri. A descrivere la situazione in area Covid è Elena Bargagli, responsabile del Centro di riferimento regionale delle malattie interstiziali polmonari della Aou Senese e docente ordinario in malattie dell’apparato respiratorio dell’Università di Siena. “Le vittime – spiega la pneumologa delle Scotte – sono in genere pazienti spesso molto anziani, con numerose altre patologie. Non ci si limita a uno o due comorbidità, ma parliamo di malati immunodepressi che arrivano in ospedale con scarse difese immunitarie. Su di loro purtroppo la vaccinazione ha funzionato solo marginalmente, il Covid è solo l’ennesimo dei gravi problemi dai quali sono afflitti. Ho in mente pazienti che hanno scoperto insieme alla positività al Covid malattie oncologiche, neurologiche, vascolari gravissime”.

Perché questi malati non vanno in terapia intensiva?

“I nostri colleghi molto esperti della rianimazione Covid seguono precisi protocolli che tengono conto del quadro complessivo del malato, non solo della sua età ma anche delle funzioni degli organi vitali e della presenza di malattie irreversibili come i tumori. L’età dei nostri ricoverati è attualmente molto alta e i pazienti ultra 85enni in genere non traggono vantaggio dalla ventilazione meccanica invasiva”.

Questo significa che l’età dei pazienti è di nuovo aumentata?

“Assolutamente sì. Giovedì sera abbiamo ricoverato un centenario e l’età media si sta alzando notevolmente”.

Perché?

“Omicron 2 è estremamente contagiosa ma nelle persone sane, vaccinate e immunocompetenti sembra avere un decorso meno aggressivo. Questo spiega anche perché i pazienti spesso non giungono in terapia intensiva”.

Questa variante ha fatto tornare il Covid meno pericoloso per i giovani?

“Grazie ai vaccini, sì. La variante trova un habitat meno favorevole e una elevata percentuale di pazienti triplo vaccinati. Però ha una capacità di contagio impressionante”.

C’è insomma bisogno per proteggere gli anziani di un vaccino aggiornato, che prevenga anche le infezioni.

“Sicuramente. Che tenga conto di quanto questo virus stia mutando nel tempo. Abbiamo bisogno di un vaccino per contrastare l'infezione da parte delle nuove varianti”.

Ve lo aspettate?

"Sì e l’Università di Siena, in rete con altri atenei, contribuisce alla ricerca per l'identificazione di nuovi vaccini anticovid”.

Sempre sui vaccini: Siena è andata benissimo sulle seconde dosi, meno sulle terze.

“Eppure la terza dose è fondamentale: i vaccinati con doppia dose hanno ormai una protezione quasi nulla e sono molto più vulnerabili. Chi ha la terza dose si ammala ma con sintomi minori”.

E la quarta dose?

“Abbiamo iniziato con i pazienti trapiantati in maniera estesa: più fanno il vaccino, più è alta la possibilità che producano anticorpi. E’ un aspetto già visto con la terza dose e che ci auguriamo possa ulteriormente implementarsi. L’arrivo di nuovi vaccini sarà poi un ulteriore richiamo alla vaccinazione di tutta la popolazione”.

Oltre metà dei pazienti ricoverati sono in degenza ordinaria. Possiamo considerarli asintomatici?

“La percentuale degli asintomatici o pazienti con scarsa sintomatologia è in crescita e i pazienti possono venire ricoverati in area Covid per il riscontro di un tampone positivo durante un iter diagnostico intrapreso o in vista di interventi chirurgici”.

Long Covid e la nuova conseguenza della nebbia cerebrale.

“L’aspetto neurologico al momento è forse il più interessante. Ci aspettavamo tutti grandi sequele respiratorie, fortunatamente la percentuale di pazienti che le sviluppa è bassa. Somministrando dei questionari validati dalla Regione Toscana ai malati dopo le dimissioni, emerge che il 40% riferisce sintomi neurologici: difficoltà di memoria, di concentrazione, fatica muscolare, facile affaticabilità, che sono espressione di un possibile interessamento del sistema nervoso da parte del virus”.

Il 40% è calcolato su chi è stato ricoverato?

“Noi intervistiamo tutti i pazienti dimessi dal reparto, però la letteratura riporta dati altrettanto significativi su chi ha avuto un’infezione sintomatica e non è stato ospedalizzato. Stiamo lavorando intensamente con il reparto di malattie neurometaboliche in uno studio che si propone di stabilire l'effettivo coinvolgimento del sistema nervoso da parte del Covid. Scoprendo che i mediatori di infiammazione cerebrale si ritrovano alterati anche nelle forme non gravi: questo virus è sistemico, ormai lo sappiamo, va dappertutto e non risparmia neppure il sistema nervoso.

Questo non succedeva con le altre varianti?

“La risonanza all’encefalo e l’analisi di markers neurologici non venivano effettuati. Finalmente la ricerca sta parlando anche del long neuro Covid”.

Quanto è preoccupante?

“Molti pazienti non riescono a tornare a un’attività lavorativa normale, altri accusano una fatica nei mesi successivi che impedisce loro di avere una vita sociale, fare sport; ciò vale anche per le persone sane. Ci auguriamo che come per le sequele polmonari questi effetti si riducano nel tempo, vista anche l’assenza di una terapia specifica”.

A che punto siamo con la pillola antivirale?

“I risultati sono molto buoni, sia in termini di efficacia che di sicurezza, non abbiamo sperimentato effetti collaterali rilevanti neppure nei ricoverati, come riportato anche dal professor Tumbarello”.

E i monoclonali?

“Il loro impiego sta andando avanti garantendo una riduzione dei sintomi nel tempo e una certa protezione da forme gravi in pazienti fragili”.