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Ac Siena, processo cessione marchio: "Vendita fu plusvalenza per coprire perdite e ricapitalizzare"

Claudio Coli
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È ripreso ieri in Corte di Assise, dinanzi al collegio presieduto dal giudice Roberto Carrelli Palombi (in sostituzione del giudice Luciano Costantini trasferitosi a Livorno) il processo sul caso della vendita del marchio Ac Siena, effettuata nel 2012 dal club bianconero con l'aiuto di banca Mps, che per la magistratura senese è stata un mero artificio contabile per tenere in vita il bilancio del sodalizio calcistico, poi fallito nel 2014. A giudizio, con l'accusa di bancarotta fraudolenta in concorso, ci sono l'ex presidente di Mps Giuseppe Mussari (difeso dagli avvocati Fabio e Giulio Pisillo) l'ex patron Massimo Mezzaroma (rappresentato invece dagli avvocati Emilio Ricci e Floria Carucci) e tre dirigenti dell'istituto di credito senese.

 


Dopo la decisione del tribunale di andare avanti con l'istruttoria, e di non considerare il procedimento un doppione del processo parallelo sul fallimento dell'Ac Siena (come si ricorda concluso con la sola condanna a 3 anni dell'ex presidente Mezzaroma limitatamente all'omesso versamento Iva anno di imposta 2012 e una bancarotta fraudolenta per distrazione da 1,2 milioni di euro riferita a Progetto Siena Spa) in aula si è partiti con l'esame del curatore fallimentare del Siena calcio, il commercialista Maurizio Accordi. Che, incalzato dal pm Siro De Flammineis, ha ricostruito la storia contabile del club negli anni prima del crac, relazionando sui bilanci e sul particolare contesto economico-calcistico in cui operano le società sportive professionistiche. Si è andati poi in profondità nella questione dell'operazione del marchio, da cui scaturiscono le contestazioni della pubblica accusa. Al centro c'è infatti la vendita della griffe Ac Siena a una società di Roma, la BW Comunication, creata come veicolo e in parte riconducibile allo stesso Mezzaroma. Secondo la ricostruzione dei magistrati, l'operazione decollò grazie al finanziamento da 22 milioni da parte di Mps, a fronte della garanzia dello stesso brand, che venne valutato 25 milioni, una cifra reputata esorbitante dai pm, poiché da perizia giurata il valore sarebbe stato di massimo 4-5 milioni. Un caso che rientra nel novero delle moderne plusvalenze, come è stato riferito in aula riallacciandosi ai fatti recenti emersi nel mondo del calcio.

 

 

È stato ricordato come operazioni simili, legate alle cessioni dei marchi, siano state messe in atto in passato anche da alcuni grandi club del panorama italiano. “Stando a quanto emergeva dai bilanci – ha dichiarato il curatore – il club senese non avrebbe potuto iscriversi al campionato 2011-2012. I 25 milioni furono una plusvalenza, un provento eccezionale per coprire le perdite e ricapitalizzare”. Starà al tribunale determinare, sulla base del compendio probatorio, se l'operazione sia stata lecita o meno (nell'altro processo, da evidenziare, non sono arrivate condanne per tale fattispecie). Intanto l'istruttoria procederà, fra i testi citati anche l'ex calciatore di Inter e Milan Clarence Seedorf e il presidente della Juventus Andrea Agnelli.