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Siena, alle Scotte le prime pillole anti Covid: ecco chi e come le prenderà. Tumbarello: "Vaccini obbligatori? Scelta inevitabile"

Marco Decandia
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Le pillole Merck, anti Covid, sono arrivate a Siena. Annunciati dal presidente della Toscana, Eugenio Giani, martedì mattina, i nuovi medicinali per contrastare il virus, dal deposito dell’ospedale Meyer (dove sono stati inizialmente parcheggiati), sono partiti alla volta di tutta la Regione, aprendo così una nuova fase della lotta alla pandemia. Il corriere incaricato, dunque, si è fermato anche alle Scotte per lasciare il primo, prezioso carico.

“Al momento - spiega il professor Mario Tumbarello, direttore dell'unità operativa complessa Malattie infettive e tropicali del Policlinico - ci sono i primi 20 trattamenti, ma ne aspettiamo altri. Sicuramente un’aggiunta importante alla dotazione per le terapie anti Covid. I pazienti interessati sono più o meno quelli della platea degli anticorpi monoclonali, dunque nelle fasi precoci della malattia, non ospedalizzati e non in ossigenoterapia. L’obiettivo è curare questi soggetti a casa loro, e abbattere così sia i rischi di evoluzione del virus che i ricoveri”.

Come si identificano le persone a cui riservare il trattamento?

"Verosimilmente, con le stesse procedure utilizzate con i monoclonali. Il medico usca o di medicina generale segnalerà il paziente, visto che l’ospedale non può avere il quadro di tutti i positivi del territorio. A quel punto, un professionista delle Scotte stabilirà l’attitudine o meno alla terapia. Il farmaco viene distribuito da Aifa con modalità molto precise, che richiedono un registro da compilare e una serie di requisiti".

Quali sono?

"Sono diversi. Ne dico alcuni: bisogna essere maggiorenni, le donne non devono essere in gravidanza, non devono esserci patologie importanti come tumori, immunodeficienze, diabete grave e tante altre cose. E, come dicevo prima, la forma di Covid deve essere non grave. La cura va iniziata in tempi brevi, entro cinque giorni dall’insorgenza del virus: più è precoce, più è efficace".

Le compresse saranno distribuite dalla farmacia del Policlinico?

"Quasi sicuramente. Si tratta solo di capire le modalità di erogazione con la Regione, ma il percorso dovrebbe essere lo stesso dei monoclonali. Con la differenza che, invece di venire in ospedale a fare un’endovena, il paziente potrà prendere la confezione di medicinale e tornare a curarsi a casa, assumendolo per bocca".

Quanto dura la terapia?

"Si sviluppa in cinque giorni, con 4 compresse da 200 milligrammi da prendere per due volte, per un totale di otto al dì. Ogni confezione ne contiene 40, quindi copre un ciclo completo".

Passando alle vaccinazioni, e alla recente disposizione ministeriale di renderle obbligatorie per gli over 50, è un’imposizione necessaria?

"Il governo ha rallentato il più possibile i tempi prima di arrivare a questa misura. Usare il pugno di ferro è sempre una sconfitta, vuol dire non essere riusciti a spiegare alle persone qual è la reale portata di ciò che accade. Siamo così arrivati al punto di dover decidere se cominciare a chiudere di nuovo tutto, cosa che nessuno vorrebbe, o fare tutto il possibile per convivere con il Covid, e questa mi pare la strada giusta che è stata intrapresa. Con 170 mila positivi al giorno, il trend è molto preoccupante e ha portato la politica ad adottare una misura non semplice, ma non più evitabile".

Lei parla di una scelta che è anche un fallimento. Quale altra direzione poteva essere seguita?

"Sono sempre stato favorevole al dialogo, alla spiegazione. Basterebbero i numeri: un anno fa, con 60 mila casi, c’erano 500 morti al giorno, mentre adesso, con 170 mila, ce ne sono 200. Sono sempre troppi, ma visto che nel Natale del 2020 eravamo in lockdown e adesso è tutto aperto, l’unica differenza è che ci sono state le vaccinazioni. Non bisogna essere un medico per comprenderlo. Eppure il governo si è trovato a fare scelte per evitare di dover limitare la libertà di noi cittadini e di imporre la chiusura di esercizi commerciali. In maniera molto semplice, dipende da cosa vogliamo fare delle nostre vite. Se ci chiudiamo tutti in casa, il virus non circola. Ma siamo disposti a rinunciare di nuovo alla socialità, agli spostamenti, alla possibilità di uscire? Ci siamo già passati, ed è un ricordo doloroso".

Posticipare l’apertura delle scuole, come deciso da alcuni Comuni, basterà per evitare il ricorso alla didattica a distanza e le sue conseguenze?

"Non è un problema di poco conto, che comporta decisioni difficili e scomode. Nessuno ha la bacchetta magica, e un lockdown sarebbe la soluzione più efficace, ma nessuno ci vuole arrivare perché non saremmo in grado di sostenerlo, né economicamente, né psicologicamente".

Qual è il polso della bolla Covid delle Scotte?

"C’è una crescita costante, questo è preoccupante. Si torna così al discorso iniziale delle pillole Merck: l’idea è di ridurre, attraverso i farmaci e gli anticorpi monoclonali, la necessità di rivolgersi all’ospedale".

Tra i dati che più balzano all’occhio c’è la presenza di bambini tra i ricoverati…

"Con 170 mila casi al giorno, è chiaro che ce ne possano essere anche di area pediatrica. In quella fase di età, è difficilissimo allestire un discorso di prevenzione, con mascherine o, men che mai, vaccinazioni. Questo invita a una riflessione per trovare una soluzione che non sia la chiusura delle scuole. Il contesto che circonda i bambini deve essere il più sano possibile, non è concepibile che l’ambiente scolastico sia un focolaio di trasmissione incontrollata del Covid”.