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Siena, accusato di violenza sessuale su una disabile: prosciolto operatore sanitario di Colle Val d'Elsa

In tribunale

Claudio Coli
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Non ci furono abusi. Il tribunale di Siena ha assolto con formula piena dall'accusa di violenza sessuale un operatore sanitario 38enne, impiegato alcuni anni fa in una struttura nel comune di Colle di Val d'Elsa. L'uomo, secondo gli inquirenti, aveva approfittato di una ospite disabile 50enne ed avuto con lei un rapporto orale all'interno di un bagno. Una versione dei fatti non comprovata da indizi ed elementi probanti ed è così che il collegio presieduto dal giudice Simone Spina, dopo poco più di un'ora di camera di consiglio, ha accolto le tesi difensive del legale dell'uomo, l'avvocato Alessandro Bonasera, optando per il pieno proscioglimento, a fronte di una richiesta poco superiore ai 3 anni avanzata dal pm Niccolò Ludovici.

Una vicenda particolare e delicata quella affrontata dai giudici senesi, perché della denunciata violenza sessuale non è stata definita nemmeno la precisa collocazione temporale, anche se si sa che l'operatore ha lavorato nella struttura, dove si trovava la 50enne, tra il 2015 e il 2017. E la presunta parte offesa non si è poi costituita parte civile nel procedimento. La confidenza di quanto accaduto sarebbe stata fatta dalla donna ad un altro operatore, casualmente. È entrata così in gioco la psicologa che ha interrogato la signora sui presunti fatti. In aula, quando interpellata, la professionista ha spiegato che dalle parole della paziente non avrebbe trovato conferma di quanto asserito, ma non era comunque sicura potesse essere una bugia, poiché solitamente in grado di smascherarle.

Da qui i passi della struttura per segnalare alle autorità la situazione, con l'operatore che è stato oggetto di un procedimento disciplinare, aperto e sospeso in attesa del giudizio del tribunale. La paziente è stata anche ascoltata durante l'incidente probatorio nella fase preliminare del procedimento, ma il racconto dei fatti sarebbe risultato alquanto vago e poco circostanziato. La difesa dell'imputato ha contestato fermamente il metodo di approccio usato dalla psicologa per interrogare la donna e soprattutto la sua capacità testimoniale, coinvolgendo un consulente di parte che ha portato ai giudici le sue tesi. Come prova, è stata utilizzata anche la cartella clinica della paziente, che riferirebbe di una patologica tendenza a raccontare "frottole" per attirare l'attenzione.