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Siena, Emanuele Montomoli: "Subito regole condivise per correre il Palio nel 2022. I numeri sulle vaccinazioni danno fiducia"

Carlo Pellegrino
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“Il Palio va fatto, un’altra estate senza carriere renderebbe ancora più dolorosa la ferita per la nostra città. Ma la pandemia non sarà finita, quindi occorre muoversi per tempo per provare a pensare a un Palio che non sia troppo distante da ciò che noi amiamo”. Ha le idee chiare l’epidemiologo Emanuele Montomoli, fondatore e cso di Vismederi, professore ordinario nel dipartimento di medicina molecolare e dello sviluppo dell’Università di Siena: prima possibile occorrerà mettersi a un tavolo e discutere di Palio.

 

 


Professore, quando?
“Aspettiamo di capire cosa succederà al virus in autunno e all’inizio dell’inverno. Mi rendo conto che dopo aver parlato di uno Straordinario, ipotesi che da subito avevo scartato, l’argomento sia un po’ caduto nel dimenticatoio. Ma a gennaio, massimo a febbraio, dovremo iniziare a parlare. Tenendo conto della situazione pandemica e dei compromessi inevitabili che saranno necessari per vedere il tufo in Piazza. Cercando di capire quanto ci porteranno lontano dall’idea della nostra festa e se  saranno accettabili”.
Pensa che ci sia il rischio di non correre neppure nel 2022?
“Purtroppo sì se non ci muoviamo per tempo. E sarebbe drammatico, soprattutto per i giovani: immagino mia figlia che ha 11 anni e rischia di dimenticarsi cosa è il Palio”.
Cosa pensa dell’idea del sindaco di tamponi per tutti, anche per i vaccinati?
“Che l’idea è buona ma considerando cosa sono i giorni di Palio è di difficile se non impossibile attuazione. Parliamo di un evento molto complicato da controllare, dare regole però è necessario e per questo dovremo affrontare l’argomento per tempo e capire come comportarsi”.
Un dato incoraggiante c’è: a Siena la campagna vaccinale procede bene. I dati Asl dicono che solo il 12,9 di chi può vaccinarsi non lo ha fatto.
“Questa è sicuramente una buona notizia e lo stiamo vedendo anche dai ricoveri al momento sotto controllo. E’ la speranza principale che abbiamo”.

 


Lei  da un anno è mezzo dice che è necessario che l’uomo impari a convivere con questo microrganismo. Anche a costo di qualche decesso? Alle Scotte si continua a morire.
“Qualcosa di terribile su cui purtroppo non possiamo fare niente. Succede anche con l’influenza ma con una differenza gigantesca: parliamo di un virus che il sistema immunitario di un anziano ha visto per 50 anni e dopo essersi vaccinato per 15 volte. Eppure i morti ci sono lo stesso. Non è così per il Covid, ovviamente, che è un microrganismo completamente nuovo: servirà altro tempo, purtroppo, poi il virus diventerà più gestibile”.
A proposito di influenza. Cosa si può dire ai no-vax o ai dubbiosi dei vaccini che si inquietano nel sentir parlare di terza dose? Anche per l’influenza ci si vaccina ogni anno.
“Bisogna spiegare come è il ciclo vitale di questo virus che ormai quasi tutti conoscono ma che ancora qualcuno fatica a metabolizzare. Quando faccio lezione ai miei studenti sull’epatite B, parlo di un virus che ha un ciclo vaccinale di tre dosi dopo il quale una persona è immunizzata per dieci anni. Poi basta una somministrazione ogni decennio. Ma l’epatite B è un virus a Dna, che può essere considerato stabile. Non è così, ormai lo sappiamo, per un virus a Rna. Intanto occorre dire che il ciclo vaccinale è anche in questo caso di tre dosi, la terza dose è quella che permette di concluderlo. Che è in continuo mutamento e tende ad allontanarsi sempre di più dal ceppo originario, quello di Wuhan. Ogni variante è sempre un pochino meno simile a quella precedente, arriverà il momento in cui avremo bisogno di un vaccino aggiornato su una variante sufficientemente diversa dal virus originario”.
Quando succederà?
“Come per l’influenza, probabilmente sarà il network di sorveglianza dell’Oms a dircelo”.
I 180 giorni prima della terza dose sono un tempo adeguato?
“Sì, ma è possibile aspettare anche qualche settimana in più. Al momento mi concentrerei sui soggetti deboli per non intasare di nuovo i centri vaccinali. Poi, ovviamente, toccherà a tutta la popolazione: è vero che la risposta anticorpale tende a indebolirsi, ma resta comunque una certa crossreattività”.
Il green pass sembra aver attenuato il suo effetto.
“E’ vero ma all’inizio è stato molto utile a convincere gli esitanti e speriamo possa esserlo ancora. Se non vacciniamo gli under 12 dovremmo riuscire ad arrivare a coprire il 95% della popolazione”.
Anche perché i contagi stanno crescendo tra i 6 e i 13 anni.
“Era normale con l’inizio delle scuole. E sappiamo che i giovani e i giovanissimi sono un veicolo pericoloso per i più anziani e i soggetti deboli”.
Pensa che ci sia il rischio di rivedere 140 ricoveri alle Scotte?
“Penso e spero di no.  Dovrebbe arrivare una variante in grado di cambiare completamente il quadro. Ma ormai ne abbiamo visto tante, sarebbe sorprendente da un punto di vista epidemiologico che ne arrivasse una molto più aggressiva e letale di quelle che  ormai conosciamo”.
Novavax potrebbe essere il prossimo vaccino approvato, però da un po’ di tempo non se ne vedono di nuovi.
“La corsa ad arrivare primi ormai è finita. Adesso c’è un’altra partita, quella dei vaccini proteici che apriranno una nuova fase nella lotta al Covid: prodotti ormai collaudati che possono aiutare anche a vincere i dubbi degli indecisi. Con i colossi Gsk e Sanofi ci sarà una svolta importantissima”.
E i vaccini per i paesi poveri?
“Questo è un problema annoso e doloroso. Noi parliamo del 90% quando in Africa non si è raggiunto il 5%. Purtroppo io non ho risposte se non sperare nelle associazioni filantropiche per proteggere anche la parte del mondo meno fortunata”.