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Mps, il monito di De Mossi: "Salvare la banca è nell'interesse dell'Italia. Unicredit? Ha tirato troppo la corda"

Aldo Tani
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Siena certo, ma anche l'Italia. Due punti convergenti sul binario di Banca Mps. Ne è convinto Luigi De Mossi, che rifacendosi a una celebre affermazione di Gianni Agnelli, ha evidenziato: "Quello che fa bene per il Monte dei Paschi di Siena, fa bene per l'Italia". Nella rilettura il sindaco ha posto l'accento sul peso che potrebbe avere sulle casse statali un’eventuale procedura di burden sharing. Il primo cittadino non l'ha menzionata, ma è chiaro che se Rocca Salimbeni non trovasse investitori privati disposti a sottoscrivere l'aumento di capitale, la ricapitalizzazione non sarebbe fatta a condizioni di mercato, con ricadute sui contribuenti. 

 

 

Un salto in avanti che in questo momento ha comunque poco senso, perché c'è un presente da affrontare. "Sarà opportuno prendere tempo per cercare altri partner - ha sottolineato De Mossi -. La partita non è finita e si gioca a un tavolo ben più alto del mio". Dove siede il premier Draghi: "Ha un rapporto straordinario con l'Europa e le capacità per ottenere un adeguato rinvio, ma resto convinto che non andrebbe messo un limite finale, perché più si avvicina, più abbiamo visto che chi ha interesse, alza l'asticella". Un riferimento non troppo velato a Unicredit: "Io ragiono dal basso, ma mi pare quello che avevamo detto alla fine si è verificato. Unicredit mi pare abbia tirato troppo la corda e alla fine si è strappata". Nessun rimpianto quindi per il sindaco, soprattutto dopo che giovedì sera il ministro Daniele Franco ha sentenziato: "Non siamo disposti a cedere Mps a qualsiasi prezzo o in qualsiasi modo". Il titolare del dicastero economico ha anche assicurato che "ove non vi fossero ulteriori possibilità, continueremo a gestire la banca come azionisti". Più semplice a dirlo che a farlo, tenendo comunque presente che per il Tesoro questa si annuncia una scelta obbligata per lo scarso appeal di Montepaschi sul mercato. Il primo passo è ottenere da Bruxelles una proroga alla scadenza per l'uscita dal capitale azionario, fissata al 31 dicembre. Dopo la doppia chiusura alla trattativa da parte dell'ad di Unicredit, Andrea Orcel, questo passaggio viene considerato alla stregua di una formalità. Una visione più che altro nazionalpopolare. L'autorità europea per ben due volte ha posto l'attenzione su un termine non ancora scaduto e comunque ha rimandato la palla in territorio italiano, evidenziando come "è responsabilità degli Stati membri adempiere agli impegni presi con la Ue e proporre come rispettarli, spetta perciò all'Italia decidere e proporre modalità per uscire la proprietà di Mps tenendo in considerazione le decisione adottate nel 2017". Messaggio quanto mai sibillino, anche se impensabile, visto lo status a livello internazionale, che Draghi debba andare con "il cappello in mano" per ottenere più tempo. Semmai a spaventare sono le indiscrezioni sulle richieste. Se veramente il periodo ulteriore avesse un range tra i 18 e i 24 mesi, è ipotizzabile pensare che il foglio sul futuro di Mps sia ancora bianco. 

 

 

D'altronde, oltre Unicredit il Mef non è mai andato. Il terzo polo bancario, operazione sostenuta dalla politica trasversalmente (anche se con modalità differenti), non ha mai preso quota. Né tanto meno le vie che portano all'esterno dei nostri confini. E' chiaro che una permanenza così lunga nella pancia statale, significa anche una serie di accorgimenti da prendere per presentarsi in condizioni migliori al mercato. Tradotto, una cura dimagrante fatta di tagli di costi e del personale. Dunque dalla padella alla brace. Padella o brace che ancora devono chiarire il futuro di Rocca Salimbeni.