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Monte Paschi Siena, Franco: “Non siamo disposti a cederla a qualsiasi prezzo"

Il ministro dell'Economia e delle Finanze: "Chiesta proroga alla Commissione Europea"

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Non siamo disposti a cedere Mps a qualsiasi prezzo o in qualsiasi modo”. Lo slogan perpetrato dalla politica a fini elettorali questa volta ha un valore diverso. A pronunciarlo è il ministro dell’Economia e delle Finanze, Daniele Franco, parlando dell’accordo sfumato con Unicredit: “Abbiamo contattato molti possibili soggetti, e l’unico interessato è sembrato Unicredit, banca con la quale in estate abbiamo avviato una trattativa. Siamo giunti ad un divario tra quello che desiderava ottenere, in particolare aumento di capitale e valore del ramo di azienda, e su ciò che eravamo disposti a dare, soprattutto sull’importo offerto che non abbiamo ritenuto fosse adeguato”. 

 


Concluso il capitolo con l’istituto di piazza Gae Aulenti - “una banca di dimensione media che è probabilmente opportuno si aggreghi ad altre istituzioni finanziarie”, dice il ministro - quello che più conta però adesso è il futuro di Rocca Salimbeni: “Stiamo ora chiedendo alla Commissione europea una proroga del 31 dicembre in modo di avere il tempo per procedere in modo adeguato. Esploreremo ulteriori possibilità, ove non vi fossero continueremo a gestire Mps come azionisti, cercando di far sì che diventi una banca efficiente e solida”. Ben prima del titolare di via XX Settembre, la porta era stata chiusa a doppia mandata da Andrea Orcel. "Il vento è soffiato - ha affermato l'amministratore delegato di Unicredit -. La finestra che si era aperta per noi ora è chiusa". Se fino a questo momento non tutti erano disposti a scommettere che la strada verso l'istituto di piazza Gae Aulenti fosse preclusa, il banchiere ha spento ogni illazione. 
“Sono stato chiaro sul ruolo che l’M&A (la divisione deputata alle acquisizioni, ndr) può svolgere nella nuova strategia della banca. Non è uno scopo in sé, piuttosto può essere un acceleratore e un potenziale miglioramento del nostro risultato strategico”, ha affermato Orcel, che facendo un passo indietro sull'interruzione dei negoziati con il Tesoro, ha aggiunto: “Non siamo riusciti a raggiungere un accordo che soddisfi tutti i parametri stabiliti nel protocollo d’intesa concordato. Di conseguenza, le trattative sono state concluse e continuiamo a concentrarci sullo sblocco del valore significativo all’interno di Unicredit. Banca Monte dei Paschi di Siena non farà parte della nostra strategia futura”. Una sentenza arrivata in un giorno da incorniciare per il colosso milanese, reduce da una trimestrale più che positiva: chiusa a 1,1 miliardi di euro, in rialzo dello 0,5 per cento rispetto alla precedente, con un utile salito a oltre 3 miliardi nei primi nove mesi.

 

 

Se piazza Gae Aulenti può festeggiare, Siena e soprattutto Roma, devono costruire un percorso che non c'è. Si conosce però la meta finale, Bruxelles, il resto è tutto da inventare. Impensabile, e in questo l'autorevolezza del premier Draghi dà ampie garanzie, che il Mef incassi un parere negativo alla proroga. Questo tempo in più va riempito di contenuti e più che altro di miliardi. Quanti è forse presto per stabilirlo, ma chi gridava allo scandalo in merito all'accordo con Unicredit, non è detto che alla fine poi abbia ragione. 
Lo ha sempre pensato e continua a ribadirlo Lando Maria Sileoni, segretario generale della Fabi: "(La rottura) ci preoccupa perché, al momento, non ci sono alternative per rilevare il gruppo Mps, l’unica sarebbe il fondo Apollo, che è un fondo speculativo e che non avrebbe un atteggiamento morbido per quanto riguarda i dipendenti. L’Unione europea concederà la proroga allo Stato italiano, per restare ancora nell’azionariato di Montepaschi, se a chiederla sarà il premier Mario Draghi. In ogni caso, per restare di proprietà del Tesoro servono soldi, almeno 3 miliardi di euro entro l’anno".  Per il numero uno del sindacato dei bancari il passo per arrivare a uno scenario catastrofico è breve: “In tema di aiuti di Stato alle banche, l’Italia è l’ultima in Europa con soli 14 miliardi di euro spesi per i salvataggi: il nostro Paese ha speso l’1,5% del pil contro il 5,9% della Germania e una media europea del 4,6%. Se fallisce una banca le ripercussioni pesantissime colpiscono i dipendenti e la stessa clientela oltre alle economie dei territori: più di 4 milioni di clienti, oltre 80 miliardi di prestiti a famiglie e imprese, oltre 21 mila dipendenti. Ne risentirebbe l’intero settore bancario italiano ed europeo”. Un'apocalisse.