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Siena, Banca Mps: ecco perché la trattativa fra Mef e Unicredit è andata in tilt

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Game over. Questa volta non si tratta di indiscrezioni, né di ricostruzioni giornalistiche. Unicredit si è definitivamente tirata fuori dalla trattativa per acquisire alcuni asset di Banca Mps. La conferma è nella nota congiunta diffusa insieme al Tesoro: “Nonostante l'impegno profuso da entrambe le parti, UniCredit e il Ministero dell'Economia e delle Finanze comunicano l'interruzione dei negoziati relativi alla potenziale acquisizione di un perimetro definito di Banca Monte dei Paschi di Siena”. Finisce così una telenovela durata tre mesi, ma priva di puntate avvincenti. A un esordio con gli effetti speciali, suggellato dalla dichiarazione di intenti dell’ad Andrea Orcel, è seguito un copione piatto. Difficile che potesse essere altrimenti, perché l’istituto di piazza Gae Aulenti non ha mai mostrato grande interesse per Rocca Salimbeni. Considerata più un fardello che un valore aggiunto, tanto che Orcel dall’annuncio del 29 luglio non ha mai cambiato idea sull’operazione da compiersi: impatto zero sui conti di Unicredit e un “cuscinetto” considerevole da parte dello Stato. 

 


Per quanto l’accordo fosse sbilanciato, e dall’esterno la cosa sia stata sottolineata tante volte, il Governo è stato al gioco. Per necessità, perché ad aprile 2022 l’Europa pretenderebbe l’uscita dal capitale di Montepaschi, e per evidenza dei fatti: Unicredit è stata l’unica banca a entrare nella data room (il Mediocredito Centrale è controllata dallo Stato tramite Invitalia). Poi evidentemente il premier Mario Draghi, sempre silente sulla vicenda, e il ministro Daniele Franco devono averne avuto abbastanza. Troppi i 7 miliardi che, da richiesta di Unicredit, il Mef avrebbe dovuto tirare fuori per completare l’aumento di capitale: per altro Orcel avrebbe preso solo la parte “sana”. Un autogol a livello di immagine, perché dopo i 5,4 miliardi sborsati dallo Stato nel 2016 per salvare Mps, un’altra iniezione di denaro pubblico verso l’istituto senese non sarebbe passata inosservata. Non a caso, da quanto rivelato da Reuters, già prima della conferma ufficiale, le condizioni poste da Orcel erano considerate “troppo punitive” per i contribuenti. Può darsi quindi che il finale fosse già stato scritto alcuni giorni fa, quando è stata approvata la proroga di sei mesi sugli incentivi per le aggregazioni. Con il termine spostato al 30 giugno 2022 e 2,5 miliardi da dare in dote a possibili acquirenti, il Tesoro aveva comunque messo le mani avanti. 
Se giocando in casa questa mossa era abbastanza semplice, più complessa appare quella da mettere in pratica in campo europeo. Non è mistero che l’ideale sarebbe allungare i tempi per cedere la maggioranza azionaria di Rocca Salimbeni, oggi al 64%. Se c’è un persona che può rinegoziare i termini con Bruxelles, quella è il premier Draghi. 

 

 


Nel frattempo però bisogna fare i conti con la realtà e quindi occorre trovare nuovi soggetti interessati a Mps. I nomi circolati sono Banco Bpm (alcuni ipotesi lo vorrebbero muoversi per conto della stessa Unicredit) e Bper Banca. Istituti di media grandezza, ma vogliosi di crescere. Resta da capire se singolarmente o in consorzio hanno i numeri per giocare la partita. Le condizioni poste dal Tesoro non dovrebbero cambiare, ma vanno comunque chiarite le problematiche già emerse nella due diligence con Unicredit. Intanto il discorso degli esuberi. I sindacati hanno chiarito che il personale deve essere al centro della trattativa e comunque 7 mila dipendenti da prepensionare non ci sono: tra l’altro l’operazione va finanziata con 1,4 miliardi da mettere nel fondo esuberi. Poi, la sorte delle società scartate da Unicredit, come Capital Service, Mps leasing & Factoring, Mps fiduciaria. Per finire con il marchio e la spartizioni delle filiali, perché l’istituto di piazza Gae Aulenti aveva mire precise. Intanto, al ministro Franco è stato chiesto di riferire in Parlamento. In questo clima di incertezza, sullo sfondo resta il piano “Stand alone”. Il progetto prodotto a fine 2020 dall’ad di Mps, Guido Bastianini, e rimasto in sospeso in attesa della validazione europea. Più che un asso della manica, l’unica carta in mano.