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Siena, Franchi: “Un mese prima di dire che il Covid è sotto controllo”

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Carlo Pellegrino
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“La situazione è buona, indiscutibilmente. Ma aspettiamo di capire cosa succederà adesso che le condizioni climatiche non saranno più favorevoli e dovremo stare più al chiuso”. Il professor Federico Franchi, responsabile Covid Unit e direttore anestesia e rianimazione cardio-toraco-vascolare dell’Aou Senese, non vuole e non può abbassare la guardia, pur commentando dati che giorno dopo giorno arrivano dall’ospedale Le Scotte di Siena confortando chi li legge. “Stare meno all’aria aperta comporta un rischio e lo sappiamo – riflette il professore - sebbene i numeri ci diano fiducia: mi avessero detto due mesi fa che oggi saremmo stati in questa situazione ovviamente avrei messo la firma”.

 


A un mese dall’apertura si può dire che l’effetto scuole sia stato assorbito?
“Non credo ancora sia così. Mi ripeto: sebbene siamo oltre metà ottobre la stagione ci ha aiutato perché il caldo ci ha fatto stare molto fuori. Purtroppo dobbiamo darci un altro mesetto e tra un mese dovremo darcene un altro se la situazione sarà questa. Prendiamoci il buono che c’è oggi e aspettiamo”.
Il buono sono i vaccinati che aumentano.
“Sì, la maggior parte dei ricoverati continuano a essere non vaccinati, sebbene negli ultimi giorni siano arrivati più vaccinati”.
Com’è spiegabile?
“Abbiamo anziani con più patologie, come accaduto in passato. O pazienti che sono entrati in ospedale per motivi non respiratori con tampone positivo. Il covid respiratorio grave è più frequente nei non vaccinati; i vaccinati sono soprattutto anziani polipatologici o pazienti fragili”.
Questo significa che le persone oggi in ospedale con età meno avanzata non lo sono per il Covid?
“In genere sì. Ma questo riguarda anche diversi anziani: abbiamo avuto over 80 con il tampone positivo ma con altre patologie, usciti in poco tempo. Tra i vaccinati ci sono pazienti senza Covid ma positivi, di varie età, la maggior parte anziani polipatologici”.
Tutte queste persone finiscono comunque in area Covid?
“Per quella che è oggi l’organizzazione delle Scotte sì. Dico anche fortunatamente, grazie alle intuizioni della direzione e alla flessibilità che ci garantisce il lotto dea a bolla. Il poterlo utilizzare in qualche modo a fisarmonica, espandendosi e ritraendosi in base alle necessità: al suo interno lavorano le figure mediche polivalenti che riescono a far fronte alle richieste dei malati, respiratorie e non”.
Avete notato qualche differenza nella variante Delta, ormai dominante da mesi?
“Al di là della contagiosità molto superiore, della quale ormai sappiamo, la gravità della malattia è la stessa”.
Il 90% dei toscani ha ricevuto almeno una dose. Più ottimista di un dato molto incoraggiante o pessimista per l’arrivo di una possibile variante che potrebbe sfuggire alla loro copertura?
“In questo momento sono felice che gran parte della popolazione è vaccinata, anche se bisognerebbe velocizzare il completamento della campagna. Ovvio che dopo aver visto tante varianti esiste la possibilità che ne arrivi un’altra più pericolosa, è giusto ricordarci com’era la situazione ed essere molto cauti. E’ indubbio però che i vaccinati ci hanno dato e ci stanno dando un supporto fondamentale, basta ricordare dove eravamo un anno fa in questi giorni”.
Terza dose: la campagna va avanti, gli effetti collaterali sui pazienti restano confortanti?
“Confermo la serenità con cui stanno andando avanti le somministrazioni, che in questa fase vengono gestite dalla Asl in ospedale”.
Le Scotte vanno avanti, oltre il Covid?
“Per quanto io abbia vissuto molto l’emergenza legata alla pandemia e un po’ meno tutto il resto, la direzione ha incrementato tante attività, iniziando da quelle chirurgiche, raggiungendo livelli talvolta superiori a quelli precedenti alla pandemia. L’ospedale sta dando una grande dimostrazione, rispondendo anche su tutto ciò che non è Covid in maniera significativa”.
Quanto siamo lontani dalla normalità?
“E’ presto per dirlo. Andiamo avanti mese per mese e tariamoci su quello che succede: niente terrorismo ma non ripetiamo gli errori commessi nella scorsa estate. Le temperature iniziano a scendere, tra un mese avremo un’altra cartina di tornasole in base alla quale capire come comportarci”.
Sono i giorni del green pass obbligatorio sul posto di lavoro, delle polemiche e delle proteste. Una sua idea?
“Fin quando non abbiamo altre certezze e non possiamo toglierci la mascherina con serenità, francamente non vedo altre strade. Non sono un integralista: se qualcuno porta una soluzione alternativa, intelligente e magari migliore, parliamone. Al momento però non mi pare esserci e quindi servono green pass, vaccino, mascherina, mani igienizzate e tutto quello che conosciamo”.
Domanda per il rianimatore: i ricordi dei giorni più brutti spera di averli messi in un cassetto?
“Purtroppo no, non posso. Ci sono pochi pazienti, fortunatamente, ma abbiamo dovuto ricoverarli e a volte anche intubarli: ogni volta che questo succede, anche per un solo malato, è come rivivere il dolore e la tristezza di quei momenti. Quando un malato sta male, in qualche modo, è come se ci crollasse il mondo addosso: è un sensazione brutta, difficile da spiegare. Speriamo che tutto sia finito e invece siamo ancora qui a lottare insieme alle persone che purtroppo soffrono per il Covid”.
Sappiamo che la rianimazione è uno dei settori messi più in sofferenza, anche numerica, dal Covid. Si augura che l’arrivo dei prossimi specializzandi aiuterà le Scotte e gli altri ospedali? Da ogni situazione negativa, perfino da una pandemia, è utile sforzarsi di trovare qualcosa di buono: un rafforzamento del sistema sanitario può esserlo?
“La risposta è sicuramente sì. Anche perché i ragazzi che arrivano ora negli ospedali per specializzarsi hanno vissuto come noi l’ultimo anno e mezzo. Avendo una possibilità di crescita che nessuno di noi medici più esperti ha mai avuto: per loro c’è stata la necessità di maturare rapidamente e di essere impegnati in prima linea. In due anni hanno visto che ciò che altri professionisti non hanno visto in tutta la vita, come difficoltà professionali, organizzative, esperienza clinica sul malato. Tra le poche cose buone che il Covid ci ha dato c’è sicuramente questo, oltre alla possibilità di lavorare in equipe, il confronto tra colleghi e tra ospedali diversi. Nella disgrazia è doveroso cogliere aspetti positivi, tra questi la possibilità di formare in maniera eccellente le nuove leve, che cureranno anche noi tra dieci anni”.