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Siena, il seggio alla Camera è di Letta: “Vinto perché privilegiata l'unità"

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Il pollice è in su. Enrico Letta lo mostra orgoglioso alla stampa. Lo aspettava Parigi e oggi riparte da Roma. Da un seggio alla Camera, conquistato attraverso “la campagna elettorale più bella della mia vita”. Rintanato in Francia dopo l’epurazione renziana, nel 2021 si è rimesso in gioco. Prima invocato a gran voce per la segreteria nazionale del Pd, poi chiamato a Siena per provare a succedere a Pier Carlo Padoan. 
Un cammino mai in discesa, in un territorio che lo ha da subito guardato con diffidenza. La base provinciale dei Democratici, in particolare quella senese, ha provato a fargli quadrato attorno, ma il resto ce l’ha dovuto mettere lui: entrando in punta di piedi e cercando di comprendere in poco tempo le dinamiche locali.  Ostacoli superabili questi, meno l’affondo di Unicredit su Banca Mps. Agli occhi dell’opinione pubblica non certo un favore all’ex premier, con due mesi davanti prima di arrivare alle urne. Letta, trasformato dagli avversari nell’emblema della cattiva gestione di Rocca Salimbeni da parte della sinistra, ha scelto di non nascondere il capo sotto la sabbia. “E’ un bene che si discuta di questa cosa alla luce del sole”, disse a Montepulciano alla seconda uscita pubblica. Da allora ha indossato una corazza, perché gli altri sei candidati, anche inconsapevolmente, si sono coalizzati contro di lui.  In realtà, solo uno gli ha dato filo da torcere, Tommaso Marrocchesi Marzi, ma alle urne la “campagna del contro” non ha pagato. O meglio, a Siena Letta si è affermato per meno di mille voti, ma nel complesso il divario è stato significativo. Addirittura è andato oltre i sondaggi, che gli davano dieci punti di vantaggio. 
Lui è arrivato a dodici, cancellando in un colpo solo tutte le polemiche, esterne e interne, per la scelta di non includere nel simbolo elettorale quello del Pd: “Abbiamo vinto perché abbiamo privilegiato l’unità interna del partito a cui ho lavorato in questi mesi. In secondo luogo per l’unità del centrosinistra e poi per l’unità del Paese”.

 

 

Un messaggio ribadito pochi istanti dopo: “Si vince se si allarga la coalizione. Abbiamo vinto sul campo e non sui social o su twitter, facendo una campagna che riparte dalle persone, sul campo”.  Un campo che il segretario ha percorso in lungo e in largo, visitando circoli sperduti e non sempre presidiati da un pubblico nutrito: “Considero questo giorno come il compimento della mia formazione politica. E il risultato di oggi, combattuto comune per comune, voto per voto, mi ha riportato al modo di fare politica che ho imparato all’inizio della mia carriera”. Ripartire dal basso per l’ex premier è voluto dire confrontarsi su più livelli, anche se la campagna elettorale non ha brillato per i temi proposti. Le infrastrutture certo – difficile non parlarne in un territorio che arranca a tutte le latitudini -, il distretto delle scienze della vita e un po’ di agricoltura messa in relazione con il Pnrr. 

 

 


Il resto è stata una litania su Montepaschi, con Salvini a mettere pepe ogni volta che poteva. “Ho contato che è venuto qui nove volte. Così è stato più bello vincere”, ha detto Letta, ringraziando il leader della Lega, che ha risposto a chilometri di distanza: “Ho visto che il dato del neoparlamentare Letta, che sul seggio di Siena ha visto votare un terzo degli aventi diritto. Chi festeggia il fatto che due terzi dei cittadini non abbiano scelto evidentemente sottovaluta la disillusione e la rabbia che c’è in tante case e in tante aziende”.  Quella su Rocca Salimbeni, nonostante la vittoria, resta per il segretario una partita complicata. Ne va della sua credibilità e anche di quella del Governo, visto che l’ex premier non ha mai fatto mister di aver fiducia nel ministro dell’Economia, Daniele Franco. “Su Mps la giocherò esattamente come l’ho giocata in campagna elettorale – ha dichiarato il neo-deputato -. Ho detto le stese cose all’inizio, le ho dette in campagna elettorale e continuerò a dirle in Parlamento: mantenimento dell’occupazione, no allo spezzatino, difesa del marchio, presenza dello Stato rimarranno i punti fondamentali. Valuteremo i prossimi passaggi e chiederemo al Governo di essere conseguente”. Prima però c’è un altro impegno: la piazza del Campo e l’ultimo applauso da prendersi.