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Siena, Tumbarello: “Ricoveri Covid stabili grazie ai vaccini”

Carlo Pellegrino
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“Ricoveri assolutamente stabili”. Definisce così, il professor Mario Tumbarello, le ospedalizzazioni in area Covid alle Scotte da metà estate in poi. Il direttore del reparto di Malattie infettive e tropicali dell’Aou Senese vede un raggio di luce in fondo a un tunnel lungo quasi due anni. “E’ un dato molto confortante che ci auguriamo possa mantenersi nel tempo – riflette – Le scuole sono aperte da un paio di settimane e stiamo tutti attendendo cosa succederà. Ma i segnali sono buoni”.

 


Segnali buoni nonostante le preoccupazioni che c’erano per la variante Delta.
“Ormai è nettamente prevalente in tutto il nostro paese. Sicuramente è molto più contagiosa e se non avessimo il vaccino vivremmo una situazione di gran lunga peggiore di quella dell’anno scorso. Per fortuna esiste questa barriera difensiva che sta tutelando la maggioranza della popolazione”.
Da ormai un mese e mezzo larghissima parte dei casi sono di variante Delta. Quali caratteristiche?
“Non è più aggressiva dal punto di vista dei sintomi che provoca rispetto alla variante inglese. Ma è molto più contagiosa: è al livello del morbillo. Ciò significa che con molti contagiati in più, tenendo fissa la percentuale di persone che hanno necessità di ricovero, oggi sarebbe stato un disastro”.
Analizzando i dati giornalieri delle Scotte emerge un aspetto cruciale: non ci sono ricoverati vaccinati under 65.
“E’ estremamente improbabile anche se in medicina non esiste il rischio zero, perché ci sono persone molto fragili a causa di patologie indipendentemente dall’età. Quello che è certo, insisto, è che i vaccini riducono tantissimo il rischio di ospedalizzazione e di finire in terapia intensiva”.
I vaccinati continuano ad avere quadri clinici complessi?
“Per lo più sì. E’ chiaro che il peso dell’età e delle comorbidità è sempre molto importante nell’evoluzione di una malattia. Anche nei grandi numeri: spostando i dati di Siena sul paese, significa che una percentuale di vaccinati inferiore al 10% va in ospedale. Su 100 ricoverati oggi più di 90 non sono vaccinati, nonostante ormai oltre il 70% della popolazione sia vaccinata. Resta una parte di popolazione, stimata in tre milioni e mezzo di ultracinquantenni, che ancora non hanno fatto il vaccino. Loro dobbiamo cercare in ogni modo di convincerli: qualcuno resterà contrario ma alcuni non lo fanno per paura, per dubbi o aspetti che possono essere superati. E’ necessaria un’opera di giusta informazione, dicendo come stanno le cose. Dobbiamo spiegare la situazione perché poi le persone sono intelligenti e capiscono”.

 


Sempre più giovani ricoverati. Al di là che non sono vaccinati, significa che il virus circola molto?
“La variante Delta è assai più contagiosa, ripeto. E in una popolazione meno vaccinata come sono i giovani, specie nel passato quando si è iniziato da categorie più a rischio, i contagi aumentano. In certe fasce d’età è poi oggettivamente più facile il contagio, per le occasioni di socializzazione rispetto a un adulto”.
Vaccinati in ospedale: avete notato differenze rispetto alla somministrazione ricevuta?
“E’ difficile dirlo perché la maggioranza delle persone ha avuto Pfizer. Inoltre su piccoli numeri è molto difficile fare un’analisi come questa. Come noto dalla letteratura internazionale i vaccini a Rna fatti in doppia dose danno una copertura migliore”.
Ci sono paesi in cui si è assistito a una quasi totale rimozione delle restrizioni. Quanto è lontana l’Italia da questa situazione e cosa si aspetta nei prossimi mesi?
“E’ molto difficile da dire poiché abbiamo più attori in campo. Uno è il virus, uno siamo noi e i nostri comportamenti, l’altro è il nostro sistema immunitario. La durata della copertura vaccinale non è stata ancora definita con certezza: siamo partiti con la dose addizionale nei pazienti extra fragili ma non abbiamo al momento dati che indichino necessità anche sul resto della popolazione. In Israele lo stanno facendo, vediamo cosa succederà in questo piccolo paese che è grande più o meno come la Lombardia, molto ricco ed efficiente dal punto di vista sanitario. Sempre tenendo presente che ci sono malattie che conosciamo da secoli, il Covid è con noi da un anno e mezzo e tutte le esperienze con i vaccini sono iniziate da gennaio. Difficile parlare di copertura a un anno dalla somministrazione quando un anno non è ancora trascorso. Abbiamo variabili che il tempo non ci permette di controllare, noi dobbiamo impegnarci ad avere un comportamento cauto”.
Come stanno andando le terze dosi?
“Abbiamo effetti collaterali sotto controllo. Peraltro partiamo sapendo le reazioni dopo le prime dosi e questo aiuta: chi non ha avuto reazioni difficilmente lo avrà adesso. Ma, ripeto, parliamo di piccolissimi numeri e un’osservazione di due settimane. Tecnicamente non parliamo neanche di terza dose ma di dose aggiuntiva per i soggetti immunodepressi ed al momento è stata assolutamente ben tollerata”.
Siamo senza restrizioni da almeno quattro mesi. E’ possibile in qualche modo essere entrati in contatto con il virus avendo una dose di richiamo naturale? 
“E’ possibile. Non probabile ma sicuramente possibile, e direi anche auspicabile, essere entrati in contatto con il virus e aver avuto protezione dal nostro sistema immunitario. Il vaccino, qualora fossimo stati infettati, ha permesso alla maggior parte di noi di restare asintomatici. Abbiamo fatto un’estate abbastanza serena e possiamo essere soddisfatti. L’Italia è uno dei paesi con numeri più confortanti”.
Se la situazione restasse questa alle Scotte sareste soddisfatti?
“Assolutamente sì. Viviamo una fase di costante attenzione ma non di allarme rosso come poteva essere l’anno scorso a ottobre. E’ gestibile, perché la popolazione è vaccinata. E abbiamo anche gli anticorpi monoclonali, quelli tradizionali autorizzati da Aifa, che vengono somministrati solo ad alcune persone, anziani o fragili. Poi ci sono quelli del professor Rappuoli, della sperimentazione di Toscana Life Sciences, che sono per chiunque. Da una parte c’è un farmaco autorizzato, dall’altra un trial clinico. I monoclonali si somministrano in ospedale, subito dopo la diagnosi di Covid: l’obiettivo è lo stesso, evitare il ricovero. Sulle ospedalizzazioni, invece, la situazione è la stessa: tutti i malati alle Scotte hanno bisogno di ossigeno”.
E’ ottimista per Tls?
“La sperimentazione è in corso, eseguita con una randomizzazione a doppio cieco, e i risultati ancora non si sanno. Ma mi auguro che possa diventare un’arma importante per il futuro”.
Le Scotte, comunque, non si fermano: è di pochi giorni fa lo studio sulla memoria anticorpale del vaccino Pfizer.
“E’ una ricerca eseguita dall’Aou Senese, molto importante. Gli studi vanno avanti in questo campo come in tanti altri: nell’ultimo anno la nostra attenzione si è concentrata sul Coronavirus ma esiste tutto il resto, non abbiamo abbandonato i problemi della medicina che dobbiamo ancora affrontare”.
Parola d’ordine flessibilità. Pronti a riconvertire letti e risorse al Covid.
“Mi faccia essere scaramantico. Per ora non ne voglio neanche parlare e speriamo non sia più necessario farlo”.