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Coronavirus Siena, Bruno Frediani: "Alle Scotte sette vaccinati con la polmonite. Numeri attesi, i vaccini funzionano"

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Carlo Pellegrino
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“Al momento abbiamo in cura 18 pazienti adulti, 11 in media intensità e due intubati, oltre a due bambini. Lunedì (domani, ndr) sono previste due dimissioni, ma in questo momento c’è almeno un ingresso al giorno, quindi è difficile che la situazione possa migliorare”. Sembra lontanissimo il tempo in cui l’Aou Senese sperava di chiudere lo spazio destinato ai malati di Coronavirus e il professor Bruno Frediani, responsabile Area Covid di degenza medica, analizza una situazione tornata complessa all’ospedale Le Scotte

 


Professore, la prima domanda è scontata: quanti vaccinati?
“Tra i ricoverati sette hanno completato il ciclo vaccinale”.
E’ preoccupante?
“Io penso sia normale. Prima avevamo pochissimi vaccinati e non li vedevamo in ospedale. Ora che ne abbiamo tanti è diverso. Una percentuale di non risposta al vaccino era annunciata, adesso emerge nell’alto numero di somministrazioni che fortunatamente abbiamo. Tanti prendono l’influenza, altri sono positivi senza sintomi, una piccola parte, come questi sette malati, ha la polmonite. Percentuale molto piccola al cospetto di un’infinità di persone che invece si è vaccinata o e non avrà mai la polmonite. Quello che mi preoccupa, casomai, è arrivare a una situazione di ristagno, che non ci sia quella voglia di fare il vaccino che invece tutti dovrebbero avere: non abbiamo di fronte dati negativi perché, ripeto, non esistono vaccini che funzionano al 100%”.
Quindi dobbiamo continuare a vaccinarci.
“Per almeno tre motivi. Perché il vaccino protegge dalla polmonite, perché riduce la diffusione del virus e perché avere forme più attenuate e una minore circolazione del Covid riduce la sua possibilità di mutare e diventare più resistente al vaccino. Fortunatamente molti giovani lo hanno capito, non sono sicuro che sia così anche tra i 40enni e 50enni e mi dispiace. Li rispetto purché non si dica che la malattia non esiste: questo è oltre il limite. Le opinioni sono legittime ma ci sono fatti che non possono essere oggetto di opinioni”.
Professore, per la prima volta in un anno e mezzo pare un po’ arrabbiato.
“Lo sono, perché vorrei evitare la quarta ondata. Ci aspetta un autunno difficile e con tanti impegni alle Scotte: si andrà verso una riduzione della quarantena per i vaccinati positivi ed è giusto, e serviranno anche gli anticorpi monoclonali. La sanità dovrà pensare a questo, alle vaccinazioni e anche alla terza dose per chi come me si è vaccinato il 27 dicembre”.
Torniamo su quei sette vaccinati con la polmonite e anche agli altri 13 ricoverati. Cosa è cambiato rispetto alla scorsa estate?
“Il non aver fatto un lockdown che ci ha isolati dal mondo. Le varianti, poi, sono estremamente più contagiose. Per parlare poi dei vaccinati: ogni anno persone muoiono per la polmonite batterica, perché gli antibiotici a volte non funzionano. Ma quanti si salvano? Ecco, vale lo stesso per il vaccino. Le persone oggi in ospedale sono ‘non responders’, è come non avessero ricevuto il vaccino. Nessun vaccino, nessun farmaco, ha il 100% di efficacia e arriveremo ad avere sempre più vaccinati in ospedale. Perché i vaccinati aumentano ma al tempo stesso c’è molto più virus in giro rispetto all’anno scorso”.
Come si fa a sapere se il vaccino non risponde?
“In genere succede in chi non monta la risposta anticorpale. Anche se potrebbe aver risposto al vaccino senza la formazione di anticorpi, occorre vedere la memoria immunologica”.
Come i sette ricoverati attuali?
“Esattamente. Loro non avevano gli anticorpi”.
Dopo il vaccino è consigliato un test sierologico per stare più tranquilli?
“Lo consiglio dopo un mese dalla seconda vaccinazione”.
In genere su chi non funziona il vaccino?
“La percentuale piccola che non risponde solitamente è immunodepressa, quindi non ha la capacità di produrre anticorpi o perché non li ha o perché fa terapie immunosoppressive. Anche per queste persone dovremmo vaccinarci”.
Chi è oggi in ospedale?
“Abbiamo anche due pazienti poco più che trentenni, tre pazienti tra i 40 e i 50 anni. Gli altri hanno tra i 50 e i 70 anni e due ultranovantenni. Il virus colpisce tutti, con prevalenza tra i 60 e i 70 anni che d’altra parte è la fascia con più persone. Spesso soggetti sovrappeso, obesi, cardiopatici, imunodepressi o trapiantati”.

 

 


Venti ricoveri con due bambini. Variante più aggressiva verso i giovanissimi?
“Certamente sì. La delta è più contagiosa anche con giovani e bambini e non è un caso che nelle scuole ci sia allarmismo e si vada verso provvedimenti”.
Come il green pass.
“Non posso che essere favorevole anche se mi rendo conto che ci possano essere difficoltà per famiglie non ancora del tutto vaccinate. E’ capitato a me andando a cena con mio figlio che farà il vaccino tra pochi giorni. Comprendo benissimo anche le difficoltà dei ristoratori proprio ora che stanno riprendendo fiato ma questa misura è necessaria, purtroppo non ci sono alternative. Pensare di fare il tampone ogni 48 ore è una follia”.
Che idea si è fatto della variante delta?
“Che non sia più grave delle altre. Molto più contagiosa, colpisce più fasce d’età, questo sì, ma la polmonite è la stessa. Ancora da capire se sono veri alcuni studi secondo i quali andrebbe via più velocemente e facilmente, restando meno dell’organismo”.
Con un agosto così impegnativo dobbiamo preoccuparci per settembre?
“Direi proprio di sì. Ovvero stare molto attenti con le norme che conosciamo, distanziamento e mascherina: è la somma dei provvedimenti che fa la differenza. Non possiamo permetterci di rilassarci: una nuova ondata la do per scontata, non mi rendo conto e non posso sapere come sarà ma avere 20 ricoverati ad agosto non ci lascia sereni”.
Sicuramente le scuole sono un tema importante.
“Fondamentale. Così come i trasporti: la capienza all’80% non vuol dire che siamo più sicuri, il contrario. Significa che è necessario seguire ancora più scrupolosamente le regole: aumentiamo gli occupanti solo perché prendiamo un rischio avendo tanti vaccinati, quindi dobbiamo proteggerci”.
Quando finisce tutto questo?
“Impossibile da prevedere. Ma il 2022 sarà fondamentale per capirlo: l’effetto dei vaccini ora lo sentiamo. Quando arriveranno altre varianti sapremo quanto tiene il vaccino e se queste varianti sono sempre più contagiose o inizieranno a indebolirsi, girando di meno”.
Arriveremo a un punto in cui servirà un nuovo vaccino?
“Bisognerà capire se ci sarà un unico tipo di virus e ogni anno basterà aggiornare il vaccino o se ne avremo più d’uno con un vaccino polivalente. La previsione ottimistica è che sia come con l’influenza: il Covid cambia e noi siamo pronti a cambiare vaccino. Questo lo vedremo nel 2022”.
Torniamo alla terza dose. Timore per chi è vaccinato da molto?
“Un po’ sì ma non c’è nessuna prova che il vaccino perda efficacia. Perché gli anticorpi scendono ma la memoria immunologica è aspetto più complesso. Vorremmo fare uno studio approfondito, in Toscana, per valutare bene cosa succede in chi è vaccinato da quasi un anno”.
Ha parlato dei monoclonali.
“Serviranno per chi fa una vita lavorativa attiva importante e ha bisogno di tempi brevi di negativizzazione. Sperando di avere quanto prima quello di Tls”.
Il che non vuol dire avere terapie miracolosa come dicono i no vax.
“Ai no vax rispondo che cure specifiche per il virus oggi non ci sono. Le cure sono migliorate perché sappiamo usare meglio i farmaci che abbiamo, non perché ce ne sono di nuovi. Purtroppo la possibilità di un decesso di fronte a una polmonite non cambia perché non c’è una cura”.
Stessi farmaci?
“Non è cambiato nulla. Ormai la cura è standardizzata: cortisone, eparina, antibiotici quando c’è infezione batterica. Ovviamente ossigeno usato con criterio”.
Quanto è difficile pensare ai tanti progetti delle Scotte conciliando l’impegno del Covid?
“Bisogna avere due anime, con attenzione a due ospedali: uno deve programmare l’attività come se il Coronavirus non ci fosse, l’altro deve combatterlo. Dobbiamo essere elastici, come una fisarmonica, pronti ad adattarci alle situazioni che cambiano”.