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Banca Mps di Siena, lettera di De Mossi al governo ancora senza risposte: "Io insisto"

Alessandro Lorenzini
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“Nessuna risposta, ma noi insistiamo e insisteremo”. Il sindaco di Siena Luigi De Mossi non ha intenzione di mollare la presa sulla questione di Banca Mps. Alla lettera aperta inviata alcuni giorni fa al governo Draghi, in cui si chiedeva una puntualizzazione e una maggiore chiarezza sul futuro di banca Monte dei Paschi, non sono arrivare risposte, ma il Comune, dopo aver atteso ancora un po’, insisterà.

 

“Non abbiamo ricevuto nessuna risposta – sottolinea De Mossi -, non abbiamo avuto riscontri. Se non ci rispondono, busseremo nuovamente, come spesso si deve fare. Come si dice ‘domandare è lecito e rispondere è cortesia’. Con educazione e con rispetto, forse non avranno avuto il tempo di leggere la mia lettera, non me ne adonto, ma allo stesso tempo chiedere è lecito. Sono convinto che il governo e Draghi siano persone cortesi. Arriverà prima o poi una risposta. Se ci fossero troppo impegni molto gravosi, sono convinto che a forza di insistere una risposta prima o poi arriverà”. Nella lettera De Mossi ha chiesto lumi sulle intenzioni del governo, azionista principale della banca con il 64 per cento delle azioni in mano al Mef, in relazione anche alle voci che continuano a svilupparsi su Rocca Salimbeni: dalle fusioni allo “spezzatino”. Il primo cittadino ha ribadito anche le priorità per il territorio (tutela del marchio, radicamento, tutela dell’occupazione), del resto enunciate anche nell’incontro (ormai lontano) del 28 dicembre scorso, quando i rappresentanti delle istituzioni senesi furono ricevuti dagli allora rappresentanti del governo (premier era Giuseppe Conte). Da allora, nessuna novità. Per questo il sindaco ha preso carta e penna e rotto gli indugi. La missiva è stata “sottoscritta”, almeno informalmente, anche dalla Fondazione Monte dei Paschi che ha plaudito all’iniziativa con le parole del presidente Carlo Rossi: “Iniziativa giusta e opportuna”.

 

De Mossi ha aperto anche a “valutare ipotesi transattive sulle pendenze legali”. Il riferimento è stato dunque pure alla lettera che la Fondazione Monte dei Paschi ha inviato a Rocca Salimbeni, ribadendo che sostanzialmente la banca viene ritenuta responsabile di danni causati alla stessa Fondazione per gli aumenti di capitale pregressi e che sono quantificabili in 3,8 miliardi di euro di risarcimento. Lettera necessaria, peraltro, per bloccare i tempi della prescrizione. Il risarcimento quantificato è stato infatti inserito dalla banca Mps nella cifra (attorno ai dieci miliardi di euro) delle azioni legali, come si evince anche dai dati emersi dall’ultima trimestrale. Da questa cifra andrebbero al momento tolti 450 milioni, secondo la sentenza di primo grado del tribunale delle imprese di Milano che ha dato ragione a Rocca Salimbeni nella causa (appunto da 450 milioni di euro) relativa al fondo Alken. Secondo il fondo era stato errato il trattamento a bilancio delle operazioni strutturate Alexandria (con Nomura) e Santorini (con Deutsche Bank), non iscritte come derivati quali di fatto erano. Da questa informazione non corretta i soci che, come Alken, hanno comprato azioni e sottoscritto gli aumenti di capitale, sarebbero stati ingannati. La 15esima sezione (presidente Elena Riva Crugnola, relatore Amina Simonetti, giudice Guido Vannicelli), con la sentenza del 7 luglio fissa alcuni punti fondamentali: a febbraio 2013 Mps aveva chiarito il senso delle operazioni e i loro effetti a bilancio; su indicazione di Consob e Bankitalia nei prospetti pro-forma erano esposti gli effetti della contabilizzazione “a saldi chiusi” anziché “a saldi aperti”.