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Mens Sana, bancarotta: indagati padre e figlio. L'indagine della Finanza: "Condotte predatorie e aggressive"

Claudio Coli
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Si è chiusa dopo due anni l'indagine della Guardia di finanza di Siena e della Procura di Siena sul crac della Mens Sana basket 1871, la società biancoverde nata nel 2014 dalle ceneri della Mens Sana basket e fallita nel dicembre 2019. Nella giornata di ieri le fiamme gialle senesi, eseguendo un'ordinanza emessa dal gip del tribunale di Siena Jacopo Rocchi, hanno applicato delle misure cautelari nei confronti di Massimo (67 anni) e Filippo Macchi (32 anni), padre e figlio vertici della società di viale Sclavo, amministratore di fatto e di diritto del club che arrivò a giocare in A2 per poi essere escluso dal campionato per insolvenza, al termine di un anno di gravissime sofferenze economiche e tecniche.

 

 

Le accuse nei loro confronti sono di bancarotta fraudolenta, falso in bilancio e ricorso abusivo al credito: nei confronti degli indagati sono state applicate le misure interdittive del divieto temporaneo di esercitare imprese e uffici direttivi di persone giuridiche o imprese per la durata di un anno, tramite un'ordinanza particolarmente dura, dove il giudice parla di condotte “predatorie ed aggressive nell'ambito di comportamenti di tipo fraudolento e distrattivo: sarebbero “spariti” ad esempio, per gli inquirenti, 370mila euro attraverso operazioni bancarie, prelievi bancari e per cassa. I primi accertamenti sul sodalizio sportivo senese iniziarono nel marzo 2019, con un blitz dei finanzieri che acquisirono dagli uffici di viale Sclavo copiosa documentazione; una prima lunga fase si è concentrata sull'approfondita analisi di dati bancari, operazioni su conti correnti, e materiali amministrativi contabili ed extra contabili, frutto di varie perquisizioni, portando ad ipotizzare la bancarotta fraudolenta e distrattiva, ipotesi corroborate anche da un consulente incaricato dalla Procura.

 

 

Gli amministratori, secondo le accuse, avrebbero messo in atto “appositi artifici contabili”, falsando i bilanci di esercizio “per consentire alla società sportiva di avere un’immagine di solidità ed efficienza”. L'episodio, ricostruiscono gli investigatori (a coordinare il fascicolo il pm Silvia Benetti), “è stato posto in essere grazie alla fittizia allocazione di poste di bilancio ad hoc, ovvero l’indicazione di oltre un milione di euro di crediti del tutto inesistenti predisposti a nome di ignari terzi soggetti che hanno avuto il solo compito di mascherare una situazione finanziaria già compromessa mistificando una realtà fattuale e documentale totalmente diversa”. Infine non sarebbero mancati importanti divergenze fra gli incassi dichiarati alla Siae (circa 240 mila euro) e quelli effettivamente incamerati nelle casse societarie (170 mila) nonché spese personali per alberghi di lusso, ristoranti, profumerie ed acquisti online eseguite dagli indagati a spese della società mediante carte di credito a questa intestati.