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Mps verso lo smembramento, dote di Stato non appetibile

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Il silenzio continua e lo spezzatino si avvicina in maniera ormai quasi inevitabile. E’ questo quello che trapela sul futuro del Monte dei Paschi di Siena: mentre il governo “nicchia” sulle domande spedite dal sindaco Luigi De Mossi, che la settimana scorsa ha rotto gli indugi e inviato una missiva all’esecutivo Draghi per conoscere le intenzioni dello stesso sul destino di Rocca Salimbeni, l’unica soluzione che sembra prospettarsi per l’uscita dello Stato dalla banca è il famigerato smembramento. Ovvero la divisione degli asset di Mps fra Unicredit, Mediobanca, Bpm e anche Poste Italiane. Porterebbe Mps a essere una banca media del centro Italia, anche se diventa difficile comprendere questa soluzione in un panorama che appare quanto mai vivace, anche con le ultime voci di nozze fra Mediobanca e Banca Mediolanum, “sponsorizzate” da Leonardo Del Vecchio (il patron di Luxottica è salito con la sua holding lussemburghese Delfin al 19% di Piazzetta Cuccia).

 


Il risiko bancario italiano e i suoi rumors non si placano, con Rocca Salimbeni sempre al centro, coinvolta più o meno direttamente. Il silenzio del Mef sembra preludere a un vicolo cieco: Unicredit e banco Bpm si sono sfilate dall’ipotesi di fusione, la dote fiscale prevista dal decreto sostegni bis non è stata ritenuta appetibile, anche perché i dieci miliardi di contenziosi legali continuano a spaventare possibili acquirenti. Dal canto suo la banca ha chiarito ufficialmente alla Bce che entro aprile 2022 serviranno i 2,5 miliardi di euro di rafforzamento patrimoniale, ma le autorità europee difficilmente sembrerebbero disposte a concedere un aumento di capitale (che, ad oggi, coinvolgerebbe l’azionista di maggioranza Mef per il 64 per cento delle azioni possedute) senza un progetto di uscita dello Stato sul tavolo.

 

 


L’empasse, dunque, sembra continuare, anche se il sindaco Luigi De Mossi, nella lettera ufficiale, ha fatto sapere di essere pronto a discutere anche dei contenziosi legali, facendo chiaro riferimento all’azione da 3,8 miliardi di euro intrapresa dalla Fondazione Mps proprio su suo stimolo. Siena attende, mentre i sindacati ribadiscono che lo spezzatino sarebbe la peggiore delle soluzioni per Mps, evidenziando come a perdere sarebbero principalmente i lavoratori e il marchio, ma anche il territorio si troverebbe a fare i conti con un contraccolpo pesante. Tutte componenti che, nell’ultimo incontro avuto il 29 dicembre dello scorso anno a Roma, le istituzioni senesi hanno chiesto con forza di tutelare. Davanti a loro, però, c’erano i componenti di un altro esecutivo. Da allora, si è registrato solo silenzio dalle stanze del governo.