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Siena, agente aggredito in carcere a Ranza

Filippo Tecce
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“Quando il detenuto ha manifestato per l'ennesima volta la non volontà di staccare la videochiamata, anzi stava fingendo di parlare con la moglie come se non ci fossimo, gli ho comunicato che la chiamata era terminata”. E poi? Dopo che cosa è successo? “Nel mentre si è alzato di scatto, prima mi ha dato una spinta e dopo un pugno”. E’ la testimonianza diretta dell'agente di polizia penitenziaria colpito con un cazzotto da un detenuto del reparto di alta sicurezza del carcere di Ranza a San Gimignano. “Questa è l’ennesima aggressione” afferma Stefano Sorice Pellegrino, coordinatore territoriale Siena di Uilpa.

Il fatto è accaduto ieri mattina sabato 29 maggio. Un detenuto di alta sicurezza posto in isolamento, infatti, ha prima spintonato e poi colpito con un pugno diretto al volto un agente preposto alle videochiamate. Il motivo? L’agente, scrive Uilpa, aveva fatto notare al recluso come “il tempo a sua disposizione per il colloquio in videochiamata, così come da disposizioni, fosse scaduto”. L'agente aggredito è stato trasportato al pronto soccorso, in attesa di prognosi. “Fortuna - riprende l’agente penitenziario nel suo racconto - che non mi ha preso sul naso, mi ha colpito sulla guancia. Il collega che era con me è stato scaltro nel tentativo di immobilizzarlo immediatamente. Dopo è stato dato l'allarme, io mi sono allontano per farmi curare dall’infermeria mentre il recluso è andato in cella”.  Il sindacato non ci sta e attacca. “Ancora una volta - fa sapere - ci troviamo a denunciare la facilità con la quale il personale viene aggredito e la violenza, sia fisica che psicologica, alla quale troppo spesso si è sottoposti, oltre i disagi causati dalla mancanza di personale e di conseguenza gli ingenti carichi di lavoro”. Per Uilpa ci sono problemi, che vanno dall’inefficienza del modello custodiale, alla insufficienza di personale ed equipaggiamenti fino “alla mancanza di un impianto normativo adeguato che favorisca la prevenzione o permetta la repressione, in forma di deterrente, di tali azioni da parte dei detenuti”.

 

Per Sorice Pellegrino, in sostanza, Ranza “è un carcere che va avanti grazie alla dedizione dei poliziotti penitenziari che ci lavorano ed è attualmente in assenza di una direzione e di un comandante stabile”. Secondo l'agente vittima dell'aggressione, il comportamento del detenuto sarebbe stato solamente un pretesto per ottenere il trasferimento in un altro carcere. “Dopo qualche ora che era rientrato in cella aveva cominciato a dare in escandescenza: ha cominciato a distruggerla”. Il detenuto, riflette l'agente, “non ha visto un diritto leso, era solo alla ricerca di un pretesto. Ribadisco: lui aveva avuto tutti i minuti spettanti per la videochiamata, anzi di più”. L'agente ha idea precisa di quel che è successo: “Non penso che gli altri detenuti - spiega - vedano di buon occhio questa cosa. Io e gli altri colleghi riusciamo a garantire da mesi le videochiamate tutte le settimane, senza mai farne saltare una. Abbiamo garantito pure i colloqui in presenza, ora che sono possibili. Con questa aggressione voleva arrivare ad altro, non era legate alla videochiamata in sé”. Uilpa avanza una richiesta al Ministero della Giustizia: “Di costituirsi parte civile - osserva il sindacato - nei procedimenti penali conseguenti alle aggressioni patite dagli operatori affinché la società venga risarcita dei danni derivanti dalle assenze dal servizio, dalle cure e da eventuali menomazioni subite dalle donne e dagli uomini della Polizia penitenziaria”. Ovviamente la vicenda non viene menzionata, ma c’è un chiaro riferimento al caso delle presunte torture ai danni di un detenuto, che sarebbe avvenuto ad ottobre 2018, in cui il Ministero della Giustizia ha deciso di costituirsi parte civile. “Sarebbe assai singolare e difficilmente comprensibile” se il Ministero lo chiedesse “solo quando i procedimenti sono a carico di operatori accusati di aver malmenato detenuti e non anche al contrario”.