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Coronavirus, Alessandra Renieri: "A Siena studiamo la genetica per la lotta contro la malattia"

Carlo Pellegrino
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“Molto spesso con il Coronavirus si parla di genetica, ma di genetica del virus. Mai o quasi mai, invece, di genetica dell’ospite che invece è altrettanto se non più importante”. Lo dice la professoressa Alessandra Renieri, direttrice Genetica Medica dell’Aou senese e titolare anche di studi sul tema genetica e Covid. 
“Il virus – rileva la professoressa - ha fatto un cambiamento di linea (da A a B) tra la prima e la seconda ondata, ma ha le stesse ricadute cliniche. Ciò che fa la differenza è la genetica della persona infetta: come accade in ogni patologia si è più o meno suscettibili ad ammalarsi. Soprattutto perché il virus, agente esterno, è un parassita, e ha bisogno della collaborazione della cellula dell’ospite: sono i nostri geni in qualche modo a decidere se abbiamo un’infezione di cui neppure ci accorgiamo, oppure una sindrome influenzale, oppure una malattia grave che richiede l’ospedalizzazione o l’intubazione, che nel 50% dei casi si conclude con esito sfavorevole”.

 


Cosa si fa alle Scotte?
“Fin dall’inizio della pandemia portiamo avanti studi sulla genetica. Il progetto GenCovid è stato approvato il 16 marzo 2020 dal comitato etico: da quella data coordino il lavoro di più di quaranta ospedali italiani. I medici di queste strutture partecipano inviando a Siena il prelievo di sangue dei pazienti e tutti i loro dati clinici. La nostra idea è quella di correlare ciò che troviamo nel dna rispetto all’andamento clinico, necessitiamo quindi di un’accurata raccolta di tutte le informazioni”.
E il risultato?
“Abbiamo avuto la conferma di ciò che sospettavamo. Ovvero che ci sono delle variazioni o delle mutazioni geniche che rendono le persone più suscettibili alla malattia grave oppure più protette. Questo ovviamente non ci riporta a un individuo che ha un certo colore di capelli o di occhi, ma il soggetto più a rischio può essere riconoscibile con dei test genetici. Uno dei geni che è coinvolto, il ‘tlr7’, è un sensore del virus, è cioè deputato a percepire se la cellula viene attaccata. Se questo sensore non funziona come dovrebbe, la cellula non rileva la presenza del virus che può quindi replicarsi. Non si innesca il primo meccanismo di difesa, che è la produzione dell’interferone, la cosiddetta immunità innata che arriva prima dello sviluppo degli anticorpi. Quando il gene è difettivo, non si accorge che l’rna virale è entrato nella cellula e la prima barriera non si alza: è uno dei motivi per cui alcuni pazienti si ammalano più seriamente”.
Altre indicazioni dal vostro studio?
“Il gene ‘tlr7’ è localizzato sul cromosoma X. I maschi hanno un solo cromosoma X, le femmine due, così gli uomini sono maggiormente colpiti dal Covid. Era una notizia epidemiologica già nota dall’inizio, adesso sappiamo perché. Questa è una forma rara di Covid, che si comporta proprio come un’altra malattia rara. E’ simile all’emofilia, che si trasmette da maschio a maschio, con le femmine che invece sono portatrici sane. In queste famiglie si può quindi prevedere chi sarà gravemente affetto e chi non lo sarà. Ci sono poi forme più frequenti, non dovute alla mutazione di un solo gene, ma alla cooperazione di più varianti, che alterano la funzione della proteina in maniera più lieve: stiamo individuando questi geni, lo studio ci porterà alla possibilità di disegnare dei trial clinici per avere delle terapie adiuvanti che migliorino il trattamento”.
Quali sono le cure adesso?
“Siamo sempre fermi al cortisone, un vecchio farmaco efficace su tante patologie, e all’eparina, per la fluidificazione nel sangue. Non siamo ancora così avanzati nel saper trattare questa malattia, non stiamo facendo una terapia mirata o personalizzata ma curiamo in maniera generica”.
In questo senso il vostro lavoro può essere determinante.
“Infatti stiamo collaborando con i direttori dell’area Covid, i professori Frediani, Valente e Colletta, per mettere a punto un trial clinico per l’uso dei farmaci che vadano ad aggiungersi alla terapia attuale, specifici sulla base di marcatori genetici. Ai pazienti che hanno il difetto nella produzione di interferone potremmo somministrarlo con una terapia; i pazienti con problemi di accentuazione della trombosi, invece, potrebbero beneficiare di farmaci che bloccano fattori protrombotici della parete dei vasi. Trattamenti, quindi, che siano utilizzati sulla base della propria suscettibilità genetica. A questo progetto sono interessati anche altri ospedali italiani, come lo Spallanzani, centro di riferimento per il Covid con il quale i contatti sono quotidiani”.

 

 


E gli anticorpi monoclonali?
“Come noto possono essere efficaci solo in una primissima fase, quando il virus non si vede neanche. Utilizzarli quando il virus ha provocato ormai delle conseguenze è inutile”.
Ci sono correlazioni tra genetica e altri fattori di rischio ormai noti per il Covid, come diabete o patologie cardiocircolatorie?
“I fattori di rischio sono di due tipi. Uno è l’età, che ovviamente non c’entra con la genetica. Per quanto riguarda le comorbidità invece la relazione è evidente, perché a loro volta queste patologie hanno una base genetica. Gli stessi fattori che causano il diabete, in pratica, quando arriva il virus possono provocare l’aggravamento della malattia”.
Insomma c’è un motivo per cui capita con frequenza che si ammalino gravemente due persone della stessa famiglia.
“Assolutamente sì ed è proprio su questo che si indirizza il nostro lavoro. Avere individuato un gene è molto importante: stiamo ricontattando i familiari per fare il test e sapere quali sono i pazienti a rischio, in modo da trattarli subito con interferone nelle prime fasi di infezione”.
Il suo settore partecipa ai follow up per i guariti dal Covid?
“Certamente. Lo fa con la direzione del professor Bellini, reperendo nuove informazioni. La raccolta del plasma, per esempio, ci permette di raccogliere i vari marcatori dai quali studiamo la risposta dell’ospite. Più di recente siamo passati ai vaccini. Poiché il vaccino non è una medicina, ma induce lo stimolo della risposta dell’ospite, possiamo aiutarne l’efficacia e limitare l’insorgere di eventi avversi, perché questa variabilità è comunque su base genetica, come abbiamo già visto per l’influenza”.
Il vostro lavoro va avanti.
“Sì, è un impegno notevole perché studiare il genoma vuol dire analizzare ventimila geni insieme. Lo abbiamo fatto con una macchina molto potente, in dotazione alle Scotte da gennaio 2020, che ci ha permesso di diventare coordinatori nazionali di questo studio sul Covid. Le sequenze genetiche che ci fornisce questa apparecchiatura sono big data, poi abbiamo bisogno di un team di analisti: per questo ringrazio il team del professor Simone Furini e del professor Marco Gori, con il suo laboratorio di intelligenza artificiale”.