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Coronavirus a Siena, Elena Bargagli: "Alle Scotte temiamo l'effetto della zona gialla"

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Alessandro Lorenzini
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Continua la battaglia in prima linea nel reparto Covid delle Scotte. Ne fa parte anche la dottoressa Elena Bargagli, responsabile del centro di riferimento delle malattie rare polmonari e pneumologa.

Professoressa, quale è la situazione alle Scotte?

“Purtroppo ancora registriamo un numero alto di ricoveri. C'è un piccolo miglioramento negli ultimi giorni, ma l'area Covid è sempre densa. Per ora non abbiamo netti miglioramenti come ci aspettavamo. L'afflusso di pazienti non si è mai completamente interrotto”.

Un afflusso che quindi non si è interrotto praticamente mai?

“Esatto, Siena ha un ruolo cruciale in tutto il territorio. L’afflusso al nostro ospedale non si è mai completamente interrotto. Appena le condizioni lo permettono, facilitiamo il rientro a casa dei nostri pazienti, ma a fronte di questo ci sono nuovi ingressi dal pronto soccorso, un ingresso costante e purtroppo la situazione non è così rosea come vorremmo”.

 

 

 

In questa situazione dobbiamo affidarci alla campagna vaccinale?

“Questo è un messaggio importante: il vaccino è l’unica speranza di far fronte alla pandemia. Non possiamo farne a meno, l’appello accorato a tutti è vaccinarci e vaccinarsi prima possibile, diffondendo anche la cultura dei vaccini, che sono tutti sicuri: non ci possiamo permettere campagne anti vaccini o false informazioni. Certo, dipende poi dalle dosi che arriveranno. Ma il vaccino è la speranza più grande che abbiamo in questo momento. La produzione di anticorpi dipende da soggetto a soggetto. Abbiamo pazienti con grandi quantità di anticorpi che poi li perdono rapidamente, abbiamo invece pazienti che producono pochi anticorpi all’inizio e poi aumentano esponenzialmente. Ma i vaccini funzionano”.

E gli anticorpi monoclonali?

“Anche qui bisogna essere chiari: sono utilizzabili solo per alcune categorie di pazienti. Abbiamo a volte difficoltà di far capire ai familiari dei pazienti ricoverati che non faremo i monoclonali, per esempio, ai pazienti con il casco o intubati o a coloro che hanno bisogno di grandi quantità di ossigeno. E’ una terapia precoce, che va fatta in pazienti selezionati che hanno una forma precoce, per l’appunto, della malattia, che non richiede l’ospedalizzazione. E’ fondamentale il ruolo del territorio, con Usca e medici di famiglia impegnati per individuare chi può accedere a questo servizio, che anche a Siena è già attivo. Ma non possono essere fatti in tutti i malati. Se si interviene in fase tardiva l’efficacia è nulla”.

Parliamo di contagi: dal vostro osservatorio cosa si può dire delle varie riaperture?

“Viviamo una situazione surreale.. A differenza della prima pandemia, in cui avevamo più che altro pazienti che provenivano dalle case di riposo, adesso abbiamo una tipologia di malati completamente diversa. Sono famiglie intere ricoverate e molto spesso il veicolo è il bambino che, magari da scuola, porta il virus in casa e colpisce genitori e nonni. Viene da pensare che il rischio arriva proprio da luoghi circoscritti dove si concentrano più persone: trasporti pubblici, treni, autobus, quindi bisogna fare attenzione con l’uso delle mascherine, il lavaggio mani e il distanziamento. Dal reparto Covid percepiamo i cambiamenti con una certa latenza. Già tremiamo per quello che succederà fra due settimane per effetto delle nuove aperture”.

State portando avanti una battaglia durissima.

“E’ anche una grande opportunità, è un modo di riscoprire il motivo per cui si è scelto di fare il medico. Chi curava la tubercolosi o chi era in guerra per esempio ha vissuto questa stessa situazione. Chi ha scelto questa professione per vocazione riscopre questa scelta in questo periodo. Si è creata grande unità di squadra fra medici e infermeri e un rapporto con la direzione sanitaria molto diretto. Mai come ora ci sentiamo parte di una stretta famiglia. E’ una cosa bellissima, l’impegno è enorme, non solo dal punto di vista fisico, ma è l’impatto emotivo che ha questo virus”.

Il virus crea anche delle problematiche sociali?

“Purtroppo qualcuno non fa ritorno a casa e ci troviamo a gestire famiglie che sono spezzate dalla malattia. L’isolamento è forse la cosa più brutta in assoluto. Gli anziani sono particolarmente colpiti da questo, sono disorientati. Ci vedono vestiti in quel modo con difficoltà a interagire e alcuni hanno anche paura di noi. Purtroppo accade anche che non si riesce a dare l’ultimo saluto a chi se ne va”.

 

 

 

Chi riesce a superare la malattia deve comunque scontare effetti per diversi mesi?

“Siena ha anche questo primato, siamo un centro specializzato e di riferimento per le malattie rare polmonari, trattiamo anche trapianti di polmone e un numero importante di pazienti con polmonite interstiziale, che però ha origine diversa da quella che trattiamo adesso. Il problema è che questa polmonite ha un andamento rapidissimo. Dai primi sintomi a un peggioramento e un’insufficienza respiratoria passano poche ore. L’apparato respiratorio subisce una vera e propria tempesta infiammatoria, che è talmente rapida che non si ha la possibilità di interromperla”.

Per questo chi riesce a uscire dal Covid deve comunque fare un percorso lungo?

“E’ un altro percorso virtuoso che nonostante la fatica portiamo avanti alle Scotte. Coloro che hanno avuto bisogno di ricovero ogni tre mesi fanno un day hospital per una serie di valutazioni sull’impatto che ha il Covid sul polmone e tutto il nostro organismo. I pazienti sono seguiti per un anno, dopo la dimissione non si va incontro a una guarigione completa: il processo anti infiammatorio è talmente lungo che alcuni pazienti a volte guariscono dopo otto-dieci mesi dalla dimissione. Si hanno segni e sintomi persistenti, come stanchezza o disturbi nella percezione di odori e sapori. L’infiammazione è veloce a salire, lenta a svanire”.

Sarebbe importante, in attesa dell’immunità di gregge, mantenere le misure restrittive?

“E’ importante per se stessi e per gli altri. Siamo tutti stanchi delle restrizioni, verso l’estate mi immagino una riluttanza al rispetto delle regole, invece dobbiamo perseverare nella giusta direzione. Non ci possiamo permettere un ulteriore peggioramento, siamo provati e anche la capacità di ricevere un numero crescente di pazienti spaventa molto. Per questo bisogna rispettare le regole anche per rispetto della struttura ospedaliera. E questo vale anche per i malati non Covid, si è cercato di mantenere attivi alcuni reparti, ma ci sono pazienti non Covid che soffrono molto per le difficoltà di accedere all’ospedale. Non ammalarsi di Covid è un modo anche per curare loro. La disponibilità di posti letto è un problema drammatico per tutta la popolazione, fa parte del diritto alla salute e non è solo un problema della direzione delle Scotte”.