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Siena, 600 famiglie in povertà: l'allarme della Caritas

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La povertà, i bisogni e l’emergenza non vanno in vacanza. E così, a Siena, c’è chi lotta per regalare un sorriso, come la Caritas. Anche a Pasqua, almeno a Pasqua. “Ci siamo organizzati per rispondere a tutte le persone che hanno bisogno – afferma la responsabile Anna Ferretti – per ciascuna di loro ci sarà un uovo, messaggio di fede cristiana e di speranza che vogliamo celebrare”.

 

Continuano ad aumentare i bisognosi che bussano alla porta della Caritas diocesana. “La situazione peggiora e non potrebbe essere altrimenti – riflette Ferretti – se in qualche modo fino a ottobre il turismo si è mosso, ora è tutto bloccato da mesi e il quadro che abbiamo di fronte è sconfortante. Le famiglie che seguiamo, solo a Siena, sono 240, che diventano 600 in tutta la provincia, uomini e donne che hanno perso il lavoro e che non riescono a ritrovarlo. Senza prospettive perché la crisi è drammatica, che hanno concluso i sussidi di mobilità o cassa integrazione. C’è il reddito di cittadinanza, ma quello non basta a pagare l’affitto”.
Un anno drammatico, che ha visto moltiplicarsi le famiglie in emergenza. “E’ un dato triplicato rispetto all’inizio della pandemia – osserva la dirigente della Caritas – che potrà ulteriormente aggravarsi via via che i sussidi termineranno. A queste 240 famiglie consegniamo abitualmente i pacchi viveri, una cinquantina verranno a ritirare il pranzo pasquale. Che, come ovvio, non potrà essere consumato nelle nostre sale. Le limitazioni dei ristoranti valgono anche per noi e le rispettiamo, pur cercando di seguire scrupolosamente tutte le regole igieniche e sanitarie. Non possiamo permetterci di correre alcun rischio, sia per le persone che si rivolgono a noi chiedendo aiuto, sia per le suore che sono per la maggior parte anziane”.

 

 


Stranieri o italiani, il disagio va oltre la nazionalità. Per arrivare alle situazioni di povertà estrema di chi non ha neppure un posto dove dormire. “Al momento – fa sapere Ferretti – abbiamo 13 ospiti nel dormitorio. Facciamo il possibile per evitare promiscuità e limitare i contatti, con due o tre persone al massimo per ogni appartamento. Ci sono stranieri, certo, ma metà sono italiani. Hanno perso il lavoro e non sanno dove andare, persone iscritte al centro per l’impiego ma che non riescono a trovare lavoro. Stiamo provando ad aiutarle, ma è difficile. Abbiamo anche detenuti, magari alcuni di quelli che sono potuti uscire con gli allentamenti dovuti all’emergenza sanitaria, che adesso però non hanno una casa. Tra i nostri ospiti alcuni sono di passaggio, solo per poche notti, altri invece restano più a lungo”.


Oltre a chi trova un posto alla Caritas, c’è anche chi dorme per strada. “Una decina di persone preferiscono stare fuori, magari alla stazione – aggiunge la responsabile Caritas – sono situazioni che abbiamo note, sia direttamente o perché ci vengono segnalate dai cittadini. Interveniamo sempre, ma a volte ci sono precise volontà di chi andiamo ad aiutare: preferisce continuare a vivere così, senza vincoli. E’ una decisione che dobbiamo rispettare, a malincuore. Parliamo di persone che magari vengono a ritirare il pranzo, ma che poi non accettano un posto in dormitorio. Altre, invece, si appoggiano ai ristoranti o ai bar, che a fine giornata li aiutano con il cibo. Fortunatamente la nostra è una città che risponde ai bisogni, non parliamo di soggetti pericolosi, nessuno di loro crea problemi”.

“Ci sono stati dei casi – conclude Ferretti – in cui siamo riusciti a far entrare i senzatetto nella nostra struttura, in altri invece non c’è stato niente da fare. Spesso parliamo di persone che sono state segnate profondamente da esperienze di vita”.