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Frediani: "All'ospedale di Siena più di metà dei ricoveri per la variante inglese. Aggressiva anche con i trentenni"

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Carlo Pellegrino
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La disponibilità è la stessa. Bruno Frediani, responsabile Area Covid di degenza medica all’ospedale Le Scotte di Siena, con la consueta gentilezza racconta ciò che accade al policlinico: sembra quasi di esserci, tra i letti in cui lui e la sua squadra si impegnano infaticabili per aiutare chi lotta contro il Covid, tanto le sue parole sono efficaci. Ma la voce del professore stavolta è più stanca e non riesce a nascondere la pressione, ormai estrema, al quale tutto il personale sanitario è sottoposto. Non solo perché la battaglia al Coronavirus dura ormai da un anno, ma anche perché questo è il momento più difficile. 

 


“Purtroppo è vero – afferma il responsabile dell’Area Covid – sono aumentati molto i pazienti para-intensivi, quelli a media intensità, che hanno bisogno di ossigeno con il casco, mentre in terapia intensiva c’è stata una crescita che sembra stabilizzata nell’ultima settimana”.
Cosa vuol dire questo, professore?
“Significa che la polmonite con la quale abbiamo a che fare adesso è più rapida di quella che conoscevamo. Ha quindi una veloce evoluzione verso una gravità con carenza di ossigeno importante. In qualche modo si bruciano le tappe ed è più facile che ci siano malati che necessitano del casco nello stesso momento. Prima capitava di averne 20 scaglionati, ora quei 20 arrivano tutti nello stesso momento. Il risultato è che i 10, 15 pazienti media intensità sono diventati oltre 40, proprio per la velocità con cui evolve e si aggrava la malattia. Per fortuna i tre quarti guariscono senza essere intubati, in alcuni casi altrettanto rapidamente”.
Lo stesso aumento, almeno per ora e fortunatamente, non si vede nelle terapie intensive.
“Rispetto ai pazienti che vanno verso il casco, quelli intensivi non crescono. Ma questo mi sento di dire che dipende anche dalle capacità che abbiamo di assistere bene i pazienti nella fase paraintensiva e in quella intensiva e di ciò dobbiamo rendere merito a tutti quei medici e infermieri che lavorano coordinati dal professor Scolletta, dal professor Franchi e dalla dottoressa Valente”.
Questo cambiamento nella polmonite è da ricondurre alle varianti?
“Sicuramente rappresentano un fattore. Quella inglese incide per oltre il 50% dei ricoveri. Il virus originale è tra il 20 e il 30%, tutto il resto sono le altre mutazioni. La variante inglese è quella più aggressiva, più veloce. Colpisce a tutte le età, dal 95enne fino al ventenne”.
Ci sono anche giovani in ospedale?
“Non ventenni, ma trentenni assolutamente sì. Ne abbiamo avuti tanti”.
E’ possibile quantificarli?
“In questa nuova ondata una ventina di malati ospedalizzati tra i 30 e i 40 anni. Persone che come ovvio hanno una diversa capacità di recupero rispetto a un anziano. Ma l’esperienza del casco, seppur a volte solo per due o tre giorni, non è piacevole”.
Cosa si può dire dopo alcune mesi di queste varianti?
“Sono più rapide, infettano più persone. Ma non mi sento di dire che si va verso un’evoluzione negativa della situazione, il tasso di mortalità non è aumentato rispetto al numero dei positivi. I decessi continuano ad essere in gran parte over 70”.

 


Questo fa capire quanto sia fondamentale non raggiungere il picco dei 160 ricoveri, per permettere alle Scotte di continuare a curare i malati.
“Il tetto dei 160 ricoveri è estremamente complesso da gestire dal punto di vista delle risorse mediche e infermieristiche. Già adesso intorno ai 120 ricoverati (ieri si è scesi a 115, ndr) abbiamo grandi difficoltà: pensare ad altri 40 ricoverati, 30 di degenza ordinaria, è molto complesso. Ci siamo però posti un obiettivo come Aou Senese e in un modo o nell’altro rispetteremo questo tetto. Oltre, è bene dirlo con chiarezza, non siamo in grado di andare. Per quanto riguarda in particolare il mio reparto di degenza medica, servono internisti, cardiologi, pneumologi e altri specialisti, che abbiano affinità con la medicina interna, perché seppure non in terapia intensiva o paraintensiva i malati sono complessi e oltre alla polmonite hanno problematiche a livello di altri organi che diventano instabili”.
Questo cosa significa?
“Che se arriveremo oltre i 160 ricoverati avremo bisogno del supporto di altri ospedali. Non per i pazienti critici, ma per quelli a degenza ordinaria. Nottola e Poggibonsi, con i quali c’è un ottimo rapporto di collaborazione, potrebbero aiutare, fornendo complessivamente almeno 30 letti, anche se mi rendo conto che anche per queste strutture si creerebbero disagi. Il punto è che l’ospedale di Siena, essendo d’eccellenza, deve occuparsi dei malati Covid il più possibile, ma anche mantenere una serie di attività specifiche, dai trapianti a tutti gli altri percorsi tempo-dipendenti”.
Vista la situazione, vorreste Siena in zona rossa per fermare i ricoveri?
“Purtroppo sì. Vediamo crescere le ospedalizzazioni e non abbiamo risorse umane infinite per poter assistere tutti i malati, mantenendo alti gli standard di qualità. L’unico modo di arrestare i ricoveri è limitare il più possibile il contagio. Vorremmo una zona rossa, anche di sole due settimane, ma che sia davvero con limitazioni importanti e con controlli ben fatti. Questa richiesta non significa che non abbiamo rispetto delle attività commerciali: è vero che la zona rossa aumenta le restrizioni per un negozio, ma anche la crescita dei contagi blocca il commercio. Le positività, non solo le polmoniti, hanno ripercussioni anche economiche e per questo è necessario uno sforzo di tutti. I parametri utilizzati sono relativi, fanno il rapporto tra i contagiati, gli ammalati e la progressione dei contagi. Il problema, però, è che ci sono anche i numeri assoluti: la crescita delle infezioni non ha lo stesso peso con 40 ricoverati o con 120”.
Perché ancora così tante positività?
“La maggiore contagiosità di queste varianti fa sì che l’infezione sia ancora più probabile quando non si rispettano perfettamente le regole. Se il virus è in poca quantità e poco aggressivo qualche errore di comportamento non ha gravi ripercussioni, ma se la carica virale è alta, il distanziamento, l’igiene e l’uso corretto dei dispositivi di protezione devono essere impeccabili. Il virus più contagioso evidenzia maggiormente se le regole non vengono rispettate. Rispetto a luglio ogni errore si paga caro prezzo”.
Ancora, nonostante tutto, c’è chi non crede al Covid o minimizza la sua pericolosità. Cosa ne pensa?
“A caldo mi arrabbio, quasi incredulo. Ragionando con più calma e rispettando tutti, come un medico deve fare, divido queste persone in tre categorie. Alcuni lo fanno per mettersi in mostra. Altri, insoddisfatti per varie questioni, hanno motivi strumentali, vogliono mettere in crisi il sistema. Altri ancora hanno paura, persone terrorizzate che vengono a loro volta strumentalizzate. O magari che non hanno sufficienti conoscenze. Su queste possiamo intervenire, rassicurandole: i medici di medicina generale possono aiutarci. Su chi è in malafede è più difficile agire”.