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Siena, la portalettere Gigliola: "Anche noi abbiamo diritto al vaccino anti Covid"

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Un anno di Coronavirus a Siena e provincia, tante storie che hanno intessuto i mesi dalla prima ondata a quella attuale, che è la terza. Tra le tante, anche quelle dei portalettere, chiamati a consegnare la corrispondenza e i pacchi, che con il lockdown e le varie zone sono aumentati di numero.

 

 

Gigliola Bucci è una di loro, e racconta: "In occasione della prima ondata, erano usciti i Dpcm che ci esoneravano dalla raccolta delle firme per evitare contatti con l’utenza. Avevamo il permesso di suonare, accertarci di parlare con i destinatari, o con i famigliari, e chiedere l'autorizzazione a firmare al loro posto. Quasi tutti dicevano di sì senza nemmeno uscire di casa, ma qualcuno, a cui questa cosa non piaceva, preferiva l’avviso in cassetta, unica alternativa visto che dovevamo rispettare il distanziamento. Da fine 2020, però, quella forma di tutela da parte del governo non c’è più, ma la nostra azienda ha distinto i vari tipi di invii. Ci sono quelli in cui possiamo continuare a comportarci come ho appena descritto, ma oggetti come patenti, atti giudiziari o contrassegni devono essere consegnati direttamente, e questo ci rende più esposti. I soldi si maneggiano con i guanti, ma il palmare (o la penna in caso di ricevuta cartacea) va dato in mano a persone di cui non conosciamo le condizioni sanitarie. L'essere donna mi dà anche una certa faccia tosta, e infatti chiedo a tutti se hanno problemi di Covid, quarantena o isolamento preventivo. C’è chi capisce e chi si indigna, ma onestamente per me, visto che ho una famiglia da cui tornare a fine turno, la salute è la prima cosa. Avverto anche che chi esce deve indossare la mascherina e, possibilmente, portare una sua penna. Il timore di trovarsi davanti una persona in buona fede, che non sa di avere qualcosa ma magari è asintomatico, è troppo alto per poterlo ignorare. Comunque il contatto con il cliente c’è, per quanto si provi a ridurlo al massimo".

 

 

L'ammissione, ormai, è quasi scontata: "Un po’ di paura la abbiamo, ma questo è il nostro lavoro. Ognuno ha il suo, con i rischi ad esso collegati. Il mio non lo posso fare certo in smart working, bisogna che vada in giro, mettendo in atto tutte le accortezze possibili. Per esempio, le Poste ci danno tutto, dal gel ai guanti alle mascherine, ma sono quelle chirurgiche, quindi io compro per conto mio la Ffp2 perché mi sento più tutelata. Abbiamo anche fatto i tamponi, ma lo Stato potrebbe anche riconoscere la nostra categoria come a rischio, includendoci nelle vaccinazioni. Come noi, anche altre tipologie di lavoratori, naturalmente: mi vengono in mente, per fare un esempio, i dipendenti dei supermercati, che stanno al pubblico ancora più dei portalettere, ma la lista sarebbe più lunga. E’ giusto tutelare gli insegnanti o le forze dell’ordine, ma non sono gli unici che, per la loro professione, sono esposti al rischio di contagio”.