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Caso David Rossi, il Gip di Genova: "Il testimone dei festini era attendibile"

Alessandro Lorenzini
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Dieci pagine, ricche di particolari e di note. Così il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Genova Franca Maria Borzone ha archiviato il filone cosiddetto dei “festini” nel caso della morte di David Rossi, il manager di Monte dei paschi trovato morto nella via sotto la finestra del suo ufficio il 6 marzo 2013.

Pur scrivendo come ci siano “carenze” nella prima indagine relativa al caso, il magistrato ha ritenuto di accogliere l’archiviazione chiesta della procura ligure: in sostanza non si ritiene che le toghe senesi che hanno effettuato le indagini abbiano indagato male perché “sotto ricatto” per la eventuale partecipazione ai festini.

Nelle pagine scritte dal gip emerge come l’ex escort, che ha raccontato dei festini, sia ritenuto “attendibile”, ma anche che non ci siano elementi per i quali si debba procedere contro i magistrati e che, a fronte di alcune carenze, come detto, nella prima indagine, la seconda (anch’essa conclusasi con un’archiviazione) sia stata effettuata invece in maniera “completa”. “Il procedimento – si legge nell’ordinanza – origina in una segnalazione relativa alle dichiarazioni che l’ex sindaco Pierluigi Piccini aveva rilasciato nel corso di un’intervista, trasmessa da Italia uno, nel corso della quale, in merito alle indagini svolte a seguito della morte di David Rossi, aveva riferito di «una storia parallela», «mai emersa», in cui erano coinvolti vari soggetti, compresi «magistrati senesi», che avevano partecipato a «festini a base di cocaina», ragione per la quale le predette indagini non sarebbero state intenzionalmente approfondite proprio al fine di evitare lo scandalo nei confronti dei magistrati e di altre personalità di rilievo nazionale”.

L’intervista è stata allegata agli atti. “Nell’esaminare le indagini preliminari sulla morte di Rossi – scrive il Gip in relazione alla prima indagine, - pur ritenendole caratterizzate da alcune carenze, ha evidenziato come non sia affatto possibile trarre gli elementi costitutivi del reato (abuso d’ufficio, ndr) né tantomeno il dolo intenzionale”.

Il gip ripercorre alcuni dei nodi che sono stati evidenziati dai familiari di Rossi, difesi dai legali Paolo Pirani e Carmelo Miceli: fra questi quello dei fazzolettini rinvenuti nella stanza di David Rossi

. “Il primo atto illegittimo evidenziato - si legge - sarebbe rappresentato dal provvedimento di confisca e distruzione degli oggetti di cui al corpo di reato, «fazzoletti di carta imbrattati con presunta sostanza ematica», oltre al dissequestro e alla restituzione a Mps di forbici. A ciò si aggiungerebbero altre lacune investigative”. Per questo la famiglia avrebbe evidenziato “l’esigenza di ulteriori approfondimenti investigativi”. Il gip ritiene però che “i sistemi di controllo sulla funzionalità delle indagini preliminari debbono essere rintracciati altrove, ovvero nelle verifiche giurisdizionali previste dalla legge e, segnatamente, in quelle del gip, che, nello specifico, ha accolto la richiesta di archiviazione. In tal senso non può assumere rilievo dirimente il provvedimento di confisca e distruzione dei famosi fazzoletti”.

Il gip parla anche della prima iscrizione nel registro del procedimento per ipotesi di reato di istigazione al suicidio (contro ignoti), perché “il luogo in cui il corpo giaceva, la finestra spalancata dell’ufficio, le lettere di addio rinvenute accartocciate nel cestino della stanza, l’assenza di segni di colluttazione, l’ispezione medico legale, costituivano spunti per ben ipotizzare, in quel preciso momento, un evento suicidario, intorno al quale, tuttavia, appariva necessario verificare ipotesi di istigazione”.

Pertanto “nulla può obiettarsi in ordine all’originaria iscrizione, tenuto conto di quanto, in quel momento, si presentava agli inquirenti”. “A ciò si aggiunge- si legge ancora - che le persone successivamente sentite, familiari inclusi, avevano riferito dello stato di preoccupazione e malessere psicologico in cui il familiare versava, di gesti auto lesivi ai polsi nei giorni antecedenti, verosimilmente rinnovati prima delle venti, diviene chiaro il filo conduttore di tutta l’indagine, legato all’ipotesi investigativa individuata”. In sostanza “la disposta confisca, per quanto provvedimento errato nella forma e prematuro nella sostanza, accanto agli altri provvedimenti di dissequestro adottati, può trovare alternativa lettura, sia sottoforma di imperizia, che di presuntuosa convinzione di una tesi, pure superficiale, ma non univocamente rivelatrice della precisa volontà di non indagare su elementi di rilievo, non solo di istigazione al suicidio, ma pure di omicidio”.

Il gip parla anche in maniera esplicita dei festini. “Quando anche i magistrati avessero partecipato ai festini, non potrebbe parlarsi di conflitto di interessi, a tal fine sarebbe stato necessario che i magistrati si fossero trovati nella medesima condizione dei sospettati di istigazione al suicidio, condizione assolutamente improponibile, neppure ipotizzata dalla parte opponente”. E ancora “durante lo svolgimento delle prime indagini nessuna rivelazione vi fosse su tale partecipazione. Le testimonianze in questo senso arrivano molto tempo dopo”. Si parla anche di prescrizione per il reato di “abuso d’ufficio”, visto che il riferimento è il 2013. E, infine, secondo il gip non emerge che ci sia stato “conseguimento di ingiusto vantaggio o aver arrecato un danno ingiusto ad altri”, che “nonostante le indagini bancarie e patrimoniali (sui magistrati senesi, ndr) nulla è emerso circa indebite remunerazioni ovvero circa promesse di esse”. Ciò “determina l’impossibilità di svolgere ulteriori indagini e ne discende l’impossibilità di sostenere l’accusa in giudizio per insussistenza di elementi costitutivi del reato”.

Per quanto riguarda la seconda indagine, quella che ha portato alla seconda archiviazione nel 2017, il gip ritiene che sia “assolutamente completa”. Poi i passaggi su alcuni testimoni, fra cui l’ex escort ascoltato in tv, che per primo raccontò delle serate a base di sesso e cocaina frequentate dalle toghe, da cui l’ipotesi di favoreggiamento della prostituzione: “Ha reso dichiarazioni sufficientemente precise ed ha proceduto, nel corso del suo esame, ad individuazioni fotografiche con esito positivo”, il che consente “di formulare un primo vaglio positivo di attendibilità”.

Tuttavia, scrive il gip, nessun elemento consente di “ipotizzare e, men che meno, di ritenere che i magistrati, quand’anche avessero partecipato ad alcuno dei «festini», ne fossero stati, al contempo, gli organizzatori, sia in termini di iniziativa, che di procacciamento di escort, ovvero di altre modalità di intrattenimento”. Da cui “l’assoluta inconsistenza di condotte riferibili ai magistrati” e riconducibili “al favoreggiamento della prostituzione”. Il tutto, precisa, “a prescindere da potenziali censure disciplinari nei soli confronti di due dei magistrati, ravvisabili ove nei fatti esposti venga rilevato un pregiudizio per il prestigio della magistratura: ragione, questa, per la quale l’ufficio di Procura aveva immediatamente trasmesso gli atti al Csm e per la quale anche questo giudice, pertanto, è tenuto a provvedervi”.