Cerca
Logo
Cerca
Edicola digitale
+

Cento anni di Federigo Tozzi. Lo scrittore di Siena nel suo tempo raccontato da Giuliotti

Mario Ascheri
  • a
  • a
  • a

Tra le tante testimonianze per introdurre a Federigo Tozzi, seguiamo quella privilegiata dalla lunga consuetudine di un intellettuale di punta nella Toscana di inizio Novecento: Domenico Giuliotti ne “I libri del giorno”, una diffusa rassegna letteraria. Noto soprattutto per aver pubblicato nel 1920 L'oro di Barabba, un libro che vedeva Gesù sempre in croce, con Barabba assolto, a conquistare il mondo infernale dei falsi Diritti e delle Libertà. Col libro di una carica dissacrante di cattolicesimo antimodernista espressa però con un estremismo realistico, Giuliotti poté essere bene accolto da personaggi tanto diversi come Piero Gobetti e Piero Bargellini. Nell'anno di Barabba morì Federigo Tozzi, del quale Siena si appresta a celebrare con grande partecipazione il centenario dopo che dagli anni '80 soprattutto, con incontri svoltisi ad esempio a Trieste a Firenze e a Siena, naturalmente, grazie a un gruppo di studiosi ben rappresentati da Marco Marchi, la sua figura di scrittore è stata bene inserita nella corolla dei più significativi autori del primo Novecento. Tra i grandi toscani recenti la sua memoria è stata come concentrata presso il Gabinetto Viesseux di Firenze. La ‘scoperta' di Tozzi non è recente, quindi, ma momenti di opacità non meravigliano se si pensa alle difficoltà di tanta critica di valutare nel Dopoguerra artisti assimilabili per qualche verso alla cultura di estrema destra. Ma Giuliotti, scrittore notevole, fu subito travolto dall'arte di Tozzi. Sentite da lui lette poche pagine del manoscritto di Con gli occhi chiusi, lo proclamò “entrato, da pa­drone, nel domìnio dell'arte”. E il suo giudizio su Bestie gli fece sciogliere un inno raffinato: “ebbi, leggendolo, una impressione inattesa. Un singolarissimo artista, tutto vibrante ad ogni pur minimo fiato che dal mondo esterno od in­terno ne sfiorasse la sensibilità sempre desta, do­tato d'un senso misterioso, quasi magico, umaniz­zava le cose, ne mostrava a balenii rapidi la faccia fino allora rimasta buia, e le collegava, fra loro e con sé stesso, con nessi strani e profondi, che solo la superiore intelligenza della poesia può in­tendere. Talvolta, dinanzi a un filo d'erba, a un insetto, a una nuvola, a un ricordo, a un oggetto, in apparenza insignificante, questo poeta nuovo, aveva e comunicava stupori e terrori e curiosità e puerili meraviglie, come d'un bambino lasciato solo, annottando, mentre s'accendono le prime stelle, e gli occhi gli si fanno più grandi, affasci­nati dal circostante mistero. Il bene, il male, il bello, il brutto, il dolore, il piacere, che permean, tra le rive del tempo, tutte le forme dell'esistente, passavan come note d'una melopea senza fine, sulla quale l'anima, foglia staccata da un ramo che più non ricorda, fluttua­va, con tremiti e brividi sempre nuovi, traboccan­do dalla fiumana incomprensibile della vita nella fiumana incomprensibile della morte. Poesia dunque, nel senso antico, religioso, eter­no, che vede, a lampi, l'intimo d'ogni cosa, e pur vede in ispecchio e in enigma, in attesa di cam­biar nome e paese e vedere in verità e realtà. Trilla un grillo, ronza un insetto, s'accende una stella. Perché? La poesia non ragiona, stupisce, e lo stupore del poeta è adorazione. L'uomo volgare, che non stupisce né adora, è il più dannato dei dannati, perché non è neppur degno di conoscere la propria dannazione. Ora, in quel libro di Federigo Tozzi, che i vol­gari hanno letto con occhi morti, era ed è, final­mente, questa divina stupefazione dinanzi a ogni sillaba del mistero. E, infatti, inoppugnabile riprova, i letterati manipolafetori non se ne sono accorti”. Si capisce che i due si erano da tempo sentiti “liberati dalle impiallacciature lette­rarie e dalle immondezze politiche (erano stati iscritti senza convinzione seria al partito socialista, n.d.r.). Gli attaccaticci delle idee già prese in prestito inconsapevolmente dai pubblici pensatoi, si distaccavan dalla nostra intelligenza come squame morte. Sentivamo schifo della fetida vita cittadina, dove apparenti ribelli avevamo posto il piede, su tutti i reciticci altrui”. Per loro si salvavano soltanto l'arte, la poesia, il Cristianesimo più idealizzato e rigoroso (ritenuto ormai tradito dal mondo suddito della squallida ‘materia'), il Medioevo  del “Dante giustiziere” (che dava La città della Vergine di Tozzi) a ogni “nuovo contatto delle nostre anime scaturivano energie nuove che fecondavan nuovi pensieri e nuovi so­gni”, testimonia Giuliotti, senza amici che gli “avevan lasciato sulle mani un'impronta sporca come i loro giornali stampati di fresco, mi suscitavan la stessa repugnanza dei rospi morti. Soltanto Federigo Tozzi, l'unico selvaggio auten­tico, poteva intravedermi di sbieco”. Facile pensare che Tozzi condividesse analisi radicali di questo genere: “Le chiese, dove la luce eucaristica era stata sur­rogata dalla luce elettrica, imitavano i salotti, i tea­tri, i cinematografi e peggio. I pochi preti ancor preti, venivano sbattuti, qua e là come calabroni morti, da un vento di dannazione, e i molti preti, non più preti, vestivano Cristo in marsina e lo presentavano, perché fosse tollerato e li facesse tollerare, come un umanitario e un filantropo. La famiglia veniva inghiottita dalla strada: la donna vi diventava femmina, la femmina scrofa, la scrofa sterco. Le scuole, più ignominose delle bettole e dei bordelli, abitate da spiriti immondi, preparavano una generazione da fare impallidire l'inferno”. Questo il contesto in cui i due lanciarono "La Torre, organo della reazione spirituale italiana” cui collaborò anche Giovanni Jorgensen, l'autore della ormai ‘classica' biografia di Santa Caterina. “Ci dichiaravamo reazionari e cattolici e so­stenevamo, contro la demagogia travolgente, la ne­cessità dei boia. L'Italia non aveva ancor visto nulla di simile. La magliata fu così forte e improvvisa, che la mol­teplice carogna nazionale, colpita fulmineamente su' nodoli della schiena, non potè fare a meno di rizzar la coda, e di reagire”. Immaginabili le critiche feroci di cattolici e professori: i “letterati ufficiali ci presero per pagliacci; i letterati pagliacci e ba­stonafumo ci dettero addosso scambiandoci per concorrenti; qualche onesto borghese, terrorizzato dal socialismo, credette ingenuamente che fossimo nati apposta per montargli la guardia alla cassa­forte e nessuno si avvide ch'eravamo, tra gente dipinta, i due ultimi contadini che puzzavano d'aglio e pigliavano a zollate, dai loro campi, i sifilitici signori delle città”. Più tardi “la dolce Italia democratica fu deliziata dal grazioso esperimento della settimana rossa. E infine, quando sembrava che le nazioni do­vessero morire asfissiate da un momento all'altro nella caligine velenosa de' loro rarefatti miasmi, scoppiarono all'improvviso (oh inenarrabile mio terrore e tripudio!) i primi fulmini rinfrescanti della guerra mondiale”. Proprio quando apparve Tre Croci, Federico Tozzi morì. “Moriva a Roma; fu sepolto a Siena. La bara, portata a spalla dai «fra­telli» della Compagnia di santa Caterina, era seguita dai Cappuccini di Poggio a Vento, da qualche pa­rente, da qualche conoscente, e da tre soli amici. Funerali da cristiano e da povero. Poi venne - lui di là - ciò che il mondo chiama «la gloria»”. Ma com'era per Domenico Giuliotti la persona di questo ‘glorioso' scrittore? “Tagliato in una macchia maremmana, stagionato a Siena e trasportato a Roma, è ancora un legno torto e nocchioso sul quale s'intacca il ferro della pialla”, scriveva nel 1919…un “cinghiale rotolato sull'al­fabeto, quando abitava, nel '900, tra sguatteri, cia­battini e stallieri, dentro Siena, all'Arco de' Rossi, ed era noto a' diligenzai di Gaiole e della Castel­lina in Chianti, sotto il nome del figliolo di Ghigo del Sasso… un quintale e mezzo d'omo, con… un'antica e rinomata trattoria alle proprie dipendenze dove, una volta, mangiando le paste asciutte, mi ricordo d'essermi trovato in boc­ca, assai ben lessato, un moscone. Il ragazzo (Federigo, n.d.r.) che non riesciva né a risciacquar bene i bicchieri, né a fare il conto agli avventori, né a pigliar la licenza tecnica ed era, per giunta, di «modi strani» e dì «faccia sgherra», veniva con­siderato… come uno squilibrato, con qualche ve­natura di delinquente, che sarebbe finito, a dir bene, in un manicomio criminale”. “…una sera, eccoti la belva a Greve. Era ve­nuto in bicicletta. Pareva un rospo rotolato nella polvere. Prima che potessi aprir bocca, mi annun­ziò che ci vedeva come una lince, che aveva pre­so moglie, che gli era nato un figliolo e che suo padre, finalmente, crepando, gli aveva lasciato tre poderi e il resto!!...Era grasso, grosso, sudicio, sorridente, e sgan­gheratamente sdentato…Le gite in bicicletta, da Siena a Greve, si fecero frequenti. Però la prima volta, i grevigìani (e spe­cie le grevigiane) vedendolo sudicio come un por­co, con un par di pantaloni, che parevan tagliati, col coltello, al disopra del ginocchio, una maglia scolorita dal sole e dal sudore, e una specie dì berretto da fantino intorno al quale s'arroncigliava un infeltrimento di riccioli rosso-fangosi, lo presero per un forzaiolo ovverosia saltimbanco, e si meravigliaron di molto che ci andassi insieme. Infatti la sua faccia e soprattutto la sua tenuta, non eran, come abbiamo visto, eccessivamente ras­sicuranti. Tanto è vero che, un giorno, mentre pedalava alla stracca sulla salita di Panzano, fu repentinamente agguantato per il collo da una coppia di sfolgoranti carabinieri che volevano di­mostrargli a tutti i costi d'esser finalmente in pos­sesso d'un famigerato rapinatore di galline sopran­nominato Barabba. Se non che, sopraggiungendo in tempo una formosa vinaia, che ben conosceva l'uomo a cagione d'alquanti «diecini», bevuti per raffermarsi il sudore, alla sua bottega, questi fu rilasciato dalla. benemerita e potè proseguire alle­gramente fino alla propria magione… Federigo Tozzi, che ancor caldo della scor­ribanda, girava intorno a sé stesso come un tac­chino provocato, mostrando agli altri polli la pap­pagorgia del proprio ingegno…”. A Roma “l'inurbato, vedendo, con sua me­raviglia, che la Gloria non gli scendeva incontro dal Campidoglio per deporgli sulla precoce calvizie una corona ghiandosa, gironzolò, annusò, uggiolò, ronchiò, addentò qualche chiappa di pacifico pas­sante, scodinzolò inutilmente festoso sulla soglia di qualche redazione e poi, disilluso, per dispetto, ci pisciò sopra, inciampò nel tappeto o versò il tè sulla vestaglia di qualche signora intellettuale, lisciò, a suo modo, qualche lumaca profumata del giornalismo lasciandogli addosso l'ammaccatura come sulle pesche burrone, s'incanaglì nelle bet­tole e altrove con pietosi aborti d'artisti che la guerra, più tardi (giusta guerra!), scaraventò in ben altri sollazzi o nella morte…”. “Il suo corpo, sanciopancesco, che aveva trovato, dopo tanto, un vestito che gli stava a garbo, indossava, soddisfatto (quattro lire e mezzo cotidiane e incolumità ga­rantita), la seducente divisa di graduato della Cro­ce Rossa, e il suo spirito, materializzato in bozze di stampe, abitava con altri spirti, elegantemente tipografati, la spettabile casa editrice, sita in Mila­no, del massimo timbratore delle intelligenze ap­provate. Perciò deambulando, placato, per le vie di Roma, si fermava, talvolta, il quondam verro di­nanzi agli specchi esterni delle vetrine da parruc­chiere e s'aggiustava, con insospettabile grazia, in­torno al berretto crocerossino, sormontato da una grande cometa senza coda, la corruscante aureola di neo-genio meritatamente compreso”.   Federigo Tozzi uomo e artista era stato colto in un modo difficilmente eguagliabile. Mario Ascheri Consiglio scientifico, Istituto storico italiano per il Medio Evo  Già Professore nelle università di Sassari, Siena e Roma 3 Senior Fellow, University of California, Robbins Collection, Berkeley Doctor h. c. Université de l'Auvergne (Clermont-Ferrand)