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Scoperto l'orco di Hollywood

Guido Barlozzetti
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Ascesa e caduta di un Re di Hollywood. Harvey Weinstein nel bestiario umano della Mecca del cinema appartiene alla razza dei tycoons, i produttori - più o meno - onnipotenti che da sempre decidono del destino di un attore o di un regista, che possono lanciare nel firmamento o sbattere la porta in faccia. Gente che ha fatto la storia del cinema, è bene dirlo subito, ma che, se si va a guardare nel back, ha un armadio pieno di scheletri non proprio gradevoli e irreprensibili. Bene, il New York Times va a frugare nell'armadio e scopre che il caro Harvey nella sua lunga carriera non ha esitato a molestare tutte le aspiranti attricette, attricine o attrici affermate che gli capitavano a tiro. Ormoni incontenibili, una sex addiction estrema, un cartellino da timbrare sul materasso per andare avanti nella carriera, questa è la realtà, suffragata immediatamente da uno stuolo di divette e divine, pronte a scucirsi la bocca e ad aggiungersi all'elenco delle offese e vituperate. Un invito in albergo, lui che si fa trovare in accappatoio e poi prendere o lasciare. Per Harvey le cose si sono subito messe malissimo: buttato fuori dalla sua stessa società, la Weinstein Company, scaricato dal fratello, espulso dagli Oscar, radiato dall'associazione dei produttori. Dal giorno dell'annuncio, si è allungato un elenco interminabile di reprimende, accuse, anatemi, bollato, messo alla gogna, impalato, esposto al pubblico ludibrio. Lo rivediamo nelle immagini che lo vedono sorridente, con quella figura oversize e i lineamenti che, alla luce di quello che si è scoperto, diventano quelli di un satiro insaziabile, di un godurioso effrattore dell'intimità femminile, pur di placare gli ingovernabili estri sexual. Harvey è imperdonabile, non ci sono scuse che tengono, non c'è paracadute che possa aprirsi, è condannato a precipitare travolto dall'uragano che si è scatenato. Perché, è bene sottolinearlo, Harvey è capitato nell'uragano vorticosamente alimentato dai media del politically correct con un bagaglio purtroppo per lui di scorrettezze indifendibili. Vorrei richiamare l'attenzione sulla tempesta, perché lungi dall'essere un fenomeno isolato, è un rituale che fa parte strutturale della bolla della comunicazione. Nessuno contesta le malefatte di un vizioso impenitente e di un fallo indomabile, ma colpisce il coro unanime e potente che si è levato, come se non si aspettasse altro che qualcuno inciampasse e cadesse nella trappola. Un attimo e dal silenzio gelosamente custodito si è passati alla confessione pubblica, anch'io, anch'io, ci ha provato anche con me, e pure con me. Harvey è alla mercé di se stesso e del mondo, nella pentola scoperchiata c'è il reprobo e il dissoluto, l'abbiamo finalmente scovato, e chi se ne frega se tanti altri hanno fatto e continuano a fare quello che ha fatto lui, se tante signore scandalizzate hanno taciuto e acconsentito, se il divano del produttore è l'arredo universalmente conosciuto dei magnati del cinema (e non solo), se generazioni e generazioni si sono accoccolate, fidanzate, sposate e abbandonate. Dalla morte di Virginia Rappe, violentata in un festino Hollywood anni Venti a Roman Polanski e, tanto per allargare il perimetro a caso, qualche presidente del consiglio e qualche inquilino della Casa Bianca. Certo, lo score di Harvey è impressionante come la sicumera oltraggiosa con cui si è comportato, ma il ruolo che il copione gli ha riservato e che non ha potuto scegliere è quello del capro espiatorio che lo mette al centro della pubblica riprovazione e salva l'anima di tutti. Adesso possiamo respirare, il porco lo abbiamo stanato e nessun orco potrà più attentare a Cappuccetto Rosso.