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I furbetti dell'Università

Felice Fedeli
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Possibile? Possibile che i concorsi universitari siano una suburra di accordi sottobanco? Che il merito sia una variabile del tutto secondaria rispetto all'aumma aumma dei professori che si spartiscono le cattedre come i bambini le figurine? Possibile. Per carità, guai a generalizzare, c'è tanta gente seria che certe cose nemmeno le pensa o, se le pensa, si guarda bene dal metterle in atto. Ci sono tanti docenti, per fortuna, anziani e giovani che siano, che hanno competenza, qualità professionale, responsabilità e senso della missione a cui sono chiamati. Missione, sì, perché insegnare, nella scuola materna come all'università, è una missione dove sono in gioco la formazione, la cultura, i valori di una collettività. Non un inciucio, un intrico di corruzione e favoritismi. Non solo, dunque, è possibile, si sa come vanno le cose nel nostro Paese, quanto tutti siamo più o meno convinti che qualunque pentola vai a scoperchiare troverai i profumi più sgradevoli, ma è una realtà confermata da un'indagine della magistratura (sempre con la sacrosanta precauzione per cui tutti sono innocenti fino a prova contraria). Una gola non più profonda, ma alla luce del sole, ha rivelato e spiegato. Meglio non farli i concorsi e, se li fai, meglio ritirarsi al momento topico delle scelte, perché se non lo fai comprometti ogni futura possibilità. Te lo dicono chiaro e tondo, lasciar perdere, fare un passo indietro di fronte al muro compatto di un sistema che non tollera infrazioni o colpi di testa e vuole solo la propria riproduzione. Ecco la parola magica, riproduzione! Che vuol dire semplicemente garantire la continuità della specie, tirare su un fortilizio che protegga da qualunque intromissione e perpetui da una generazione all'altra il posto, in nome della famiglia, del clan, dell'associazione, del partito o di qualsivoglia regime clientelare. Che accada all'Università è tanto più preoccupante, perché l'Università è o dovrebbe essere lo snodo decisivo in una società che faccia della competenza, della ricerca e dei saperi il fondamento del suo avvenire. Sembra un ritornello, la storia antica e condannata allo sberleffo delle buone intenzioni, dei sani propositi, e invece è la sola alternativa che abbiamo a questo tran tran di feudi che non mollano di un millimetro, di rendite di posizioni, di culi inchiavardati sulle poltrone. Siamo una società prigioniera della sua inerzia, incapace di introdurre una discontinuità, di darsi uno scatto qualsivoglia, che tutto riduce a ritualità compromissoria e furba, anche quando innalza le bandiere del cambiamento o dell'aspettate che adesso arrivo io o arriviamo noi e la musica finalmente cambierà. E l'effetto è un esiziale cocktail di rassegnazione e rabbia, che alimentano l'egoismo, la chiusura malmostosa, la litanìa di una protesta che accomuna tutti, ognuno con il suo carico di incazzature. Ma anche qui attenzione, perché fra i tanti che si incazzano - o fanno finta - ci sono, cito a caso, quelli che cambiano la residenza per approfittare del sussidio ai terremotati, i collusi settentrionali con gli 'ndranghetisti meridionali, i falsi invalidi, quelli che non pagano le tasse, gli abusivi a oltranza, i sofisticatori di tutto, i furbetti di tutti i quartierini, anche quelli, appunto, dell'Università... Resta solo l'esame di coscienza da non confondere con l'alibi comodo di una confessione per chi pensa che la chiesa sia il bancomat che ripulisce e rimette in circolazione. Intanto, le cose stanno così.