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Il padre, il figlio e la verità

Jacopo Barbarito
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L'ultima rivelazione sul ruolo del padre dei Matteo Renzi nella questione Consip conferma lo slittamento della politica in un altrove di cui non è facile capire la natura, ma che in ogni caso è un altrove. Leggiamo di una telefonata, anzi leggiamo il testo della telefonata tra il figlio e il padre, in cui l'uno invita con durezza l'altro a dire la verità sui rapporti che ha intrattenuto. Esortazioni ripetute, insistite, a costo di mettere in dubbio la buona fede rivendicata dal padre, fino alla sottolineatura che "Devi dire la verità, solo la verità, questo non è un gioco”. Già, che non sia un gioco, d'accordo, ma cosa è e cosa sta diventando? Siamo di fronte a un'intercettazione, un'altra ancora. Di sicuro è uscita da un ufficio giudiziario ed è arrivata in una redazione, compiendo un tragitto che non avrebbe dovuto fare. Ma oramai siamo abituati e non facciamo più caso alla trasgressione ripetuta delle leggi, del dovere di riservatezza che compete alla magistratura e al connesso diritto di chiunque a non essere sbattuto in prima pagina, senza nessun rispetto per la privatezza e la dignità personale. Ci abbiamo fatto il callo, la notizia prevale sulla modalità con cui è data, non conta il vulnus che la produce, conta soltanto la “rivelazione”, il fatto cioè di rendere pubblico ciò che dovrebbe restare nell'ambito circoscritto e presidiato di un'indagine e di trasformarlo, solo per questo, in una titolo clamoroso. Insomma, a parte lo spregio delle leggi, diventa oggettivamente esile il confine fra il diritto all'informazione da parte dei media - e dei destinatari - e il porsi degli informatori fra gli attori del discorso della politica, fra l'obbligo di dare una notizia e la ricerca ossessiva dello scoop. Non è un fenomeno recente, da anni leggiamo pezzi, stralci, trascrizioni di conversazioni telefoniche e sappiamo ormai quanto si tratti di un terreno minato, dove nessuna garanzia abbiamo per capire se e quanto corretta sia la versione che ci viene sottoposta, perché di questo si tratta, di una versione che traduce nella parola scritta il divenire di uno scambio al telefono, tagliando via tutto l'aspetto emotivo e tutto l'insieme di pause, interiezioni, rotture che il parlato porta con sé, tanto più nella concitazione di una discussione aspra e animata. Non solo, perché sarebbe anche il caso di capire quanto ci viene offerto, quali tagli nel continuum della conversazione e di quelle che le hanno precedute sono stati effettuati, perché quella e non un'altra... Dunque, non solo un'infrazione alla forma della legge, ma anche un'indecidibile “verità” di quello che leggiamo. A questo si aggiunge una commistione che mi pare questa sì rivelatrice di un passaggio. Il luogo della politica è debordato nel privato dei protagonisti, al punto di mettere in gioco le relazioni più profonde e primarie. Non ci sono solo un (ex) presidente del consiglio e un uomo d'affari, ci sono un figlio e un padre, la biologia di un radice e il senso della giustizia che è e non può essere impersonale. E' significativo, la rappresentazione della politica mette insieme la ineffabile virtualità dei media e la materialità pre-moderna, carnale, del rapporto parentale, la struttura elementare della famiglia, il rapporto antico padre e figlio. Insomma, avvia un circuito non si sa quanto perverso, ma certamente destabilizzante, fra il pubblico e il privato, abbatte ogni barriera e si fa scena implacabile per il voyeurismo di massa e i coltelli usuali nella politica mediatizzata dell'ultima versione della tragedia greca.