Il Campidoglio e le sue oche

In fondo al pozzo

Benedetto l'errore

01.03.2017 - 11:33

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Un errore, finalmente! Uno sbaglio clamoroso, se non il più clamoroso, certamente uno di quelli che restano impressi nella memoria come le orme dei divi nel cemento del Chinese Theatre di Los Angeles. Nella serata degli Oscar Warren Beatty apre la busta che dovrebbe contenere il nome del miglior film estrae la scheda, sembra esitare un momento, e alla fine legge, Oscar a La La Land. Applausi scroscianti, salti di gioia, dichiarazioni dal palco.. quando un anonimo addetto alla cerimonia entra, strappa dalle mani di Warren la scheda e annuncia che ci siamo sbagliati, il vincitore è un altro. Ha vinto Moonlight. Tutto da rifare, scendono le vittime della beffa e salgono i veri winners del Premio.
A me sembra fantastico. Una cerimonia che ha una scaletta a orologeria, un impianto spettacolare munito e sorvegliato in ogni anfratto, una successione infallibile di incoronazioni che va a culminare nell'award più importante, quello per il miglior film, implode su se stessa e cortocircuita al limite del nonsense. Ci vuole tempo per capire veramente cosa sia successo, se siamo nella realtà o nell'illusione, se si tratta di una messa in scena che a Hollywood è sempre possibile o di un impensabile, stupefacente, incredibile sbaglio. E lo stupore aumenta quando realizzi che sì, che l'errore si è insinuato nella macchina che doveva essere perfetta.
Non una gaffe qualunque, un equivoco, un'inquadratura sbagliata, un break dell'audio, no, semplicemente la busta sbagliata nel momento più sbagliato, quando tutta la cerimonia deve raggiungere il picco d'intensità più alto, quando gli spettatori di tutto il mondo stanno lì e aspettano con trepidazione l'annuncio.
Nessuno sceneggiatore poteva scrivere una storia così. E' vero, al cinema e non solo abbiamo visto tante volte fallire il piano più accurato e meticoloso, la valigia con i dollari della rapina che cade dal carrello che la trasporta nell'aeroporto e i bigliettoni che volano via, le trame a scatole cinesi dove ce n'è sempre una che spiazza tutte le altre, insomma Sisifo che spinge su la pietra e quando arriva gli ricade giù. Ma alla messa degli Oscar non va bene, i Premi sono i Premi e guai a insinuare un dubbio sul verdetto finale o a far sospettare che nella grande macchina si nasconde la possibilità di un guasto.
E invece è accaduto. Con la forza potente della necessità del caso che si mette in mezzo e fa sì che una distrazione, un attimo di incertezza o un eccesso di sicurezza, producano una catena alla fine catastrofica.
Che sia benedetto questo strappo inatteso, grazie per averci fatto sentire il vuoto che si allarga all'improvviso e risucchia in un istante tutte le trombe e i tamburi, la gioia, i pianti, i ringraziamenti a comando, le battute previste, gli applausi automatici.. Grazie per averci ricordato il grande bluff della macchina dello spettacolo - e, perché no, anche dell'informazione - l'agguato sempre possibile che svela la fragilità della costruzione e l'incombere gaudioso e ineliminabile del nulla.
Fra l'altro, per restare ai Premi, ha vinto Moonlight. Sei Oscar al suo paradiso-musical tutto cinema di La La Land, ma che il miglior film sia questa storia in tre atti di una crescita dura e dolorosa, in un sobborgo qualsiasi dell'America, famiglie spappolate, droga, l'innocenza e la solitudine, la brutalità e il bisogno d'amore, ci sembra un bel controcanto che arriva da oltre oceano e anche un segnale aspro e anticonformista in tempi di slogan e protagonismi esasperati e sommari. Un altro errore, questo sì, non previsto dal copione di chi non vuole guardare.

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