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Da Vermicino a Rigopiano

Guido Barlozzetti
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Corsi e ricorsi della nostra storia ormai televisiva. La corsa contro il tempo per salvare i possibili superstiti della slavina abbattutasi sull'hotel di Rigopiano richiama alla memoria la lunga diretta che raccontò il tentativo di salvare un bambino, Alfredino Rampi, caduto in un pozzo nella campagna di Vermicino.  Era il 1981 e le telecamere seguirono non stop per un giorno, una notte e un giorno l'affaticarsi confuso e alla fine impotente, e rivelarono il potere della diretta tv, capace di trasformare un incidente che i giornali avrebbero relegato in un angolo della cronaca in un evento mediatico che coinvolgeva milioni di persone. Attorno all'imboccatura del pozzo si radunò l'Italia della televisione e una corte pittoresca e confusionaria, che andava da un ingegnere dei Vigili del Fuoco al Presidente della Repubblica Pertini, dalla madre di Alfredino agli improvvisati soccorritori imbracati e calati giù. Allora le polemiche seguite alla morte del bambino divamparono violente, fioccarono le accuse di imperizia e disorganizzazione, e pesò molto l'effetto boomerang di una diretta allestita per celebrare un salvataggio e che, invece, si era prolungata in un'angosciosa attesa e, poi, nella delusione di ogni speranza. Sono trascorsi quasi trentasei anni. Oggi le dirette sono una prassi e un'abitudine, anche se faticano a bucare la soglia dell'attenzione di un pubblico che rischia di essere anestetizzato da strati e strati di esposizione al flusso delle news e di avere introiettato un mix strutturale di rabbia-angoscia, tanto giustificato quanto velenoso. Eppure qualcosa unisce i due accadimenti. La tragedia di Rigopiano poteva essere evitata? I ritardi sono stati fatali? Sono le la domande inevase a cui nessuno finora ha risposto o potuto rispondere, e dicono di un sistema di allarme e soccorso che, nonostante i progressi indiscussi e dimostrati sul campo, non riesce a evitare dei break che si rivelano drammatici. Dall'Hotel erano partiti segnali di crescente preoccupazione e chiunque può ascoltare su Internet la telefonata in cui un'operatrice della Protezione Civile di Pescara non ritiene di dar seguito all'allarme pressante di un ristoratore della zona avvisato da uno dei due sopravvissuti alla slavina. Si replica ricordando il maltempo eccezionale, i metri di neve, la quantità esorbitante delle chiamate, lo stress degli operatori.. e, tuttavia, rimane il buco nero di quelle ore trascorse che, forse, avrebbero potuto salvare gli occupanti dell'Hotel. Noi assistiamo. E'passata ormai una settimana. Vediamo i tg e i talk che si collegano, i sopravvissuti estratti dal ghiaccio, lo stillicidio dei corpi che vengono recuperati, mentre va avanti il conteggio algebrico su quelli che mancano all'appello. Una cronaca diluita e depotenziata dal tempo che passa, al contrario di Vermicino, se non fosse per le vite che potrebbero essere ancora là sotto, che, come e molto più di allora, ci consegna a uno stato d'animo stordito, su cui si sono sovrapposte la paura dei terremoti che non accennano a finire, i paesi rasi al suolo, il freddo arrivato con la massima inclemenza, i rifugiati nelle tende, gli animali senza un ricovero...fino a questo guado tortuoso e difficile di un Paese che, per un verso, sembra sempre alla vigilia di uno sconquasso e, per l'altro, va avanti un giorno dopo l'altro, sempre più cupo e arrabbiato. Ormai siamo dentro un evento perpetuo di cui non riusciamo a percepire la densità e la natura, anche noi sospesi tra il fatalismo con cui ci scorrono davanti le immagini e il bisogno di non cedere, fra la provvidenza inclemente, un rigurgito di solidarietà e la necessità di una distanza sempre difficile da stabilire fra noi e le cose. Per capirle. [email protected]