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Rosso e mezzaluna sulla porta di Brandeburgo

Jacopo Barbarito
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La Porta di Brandeburgo colorata di rosso e sul frontone una mezzaluna e una stella bianca. Berlino nell'inizio dell'anno si veste con la bandiera della Turchia e ricorda quello che è accaduto a Istanbul. Quella Porta non è un accesso qualunque, è la storica, monumentale, Porta che fu eretta alla fine del Settecento nelle forme che venivano dalla Grecia classica ed è diventata nel tempo un segno della capitale della Germania. Quando, con la costruzione del Muro, durante gli anni della divisione della città fra l'Est e l'Ovest, il suo profilo venne inglobato in quella frattura che sanciva il tempo della Guerra Fredda, la Porta chiusa e inaccessibile diventò il simbolo di un dramma e di una speranza. I colori della bandiera turca su quelle colonne ci dicono quanto il mondo sia cambiato e quanto, però, la Porta non cessi di irradiare il patrimonio e il valore che la costituiscono. La Germania è stabilmente unita ed ha accolto nel dopoguerra milioni e milioni di turchi, la cancelliera Merkel ha aperto le frontiere ai migranti come solo poteva fare la leader di un Paese troppo a lungo scisso e spaccato, e ha ribadito una disposizione all'accoglienza più forte delle congiunture elettorali e delle tentazioni populistiche. Della Guerra Fredda semmai ritornano echi nelle nuove controversie che agitano il triangolo Putin-Trump-Obama e ci riportano alla grande questione - impensabile negli anni della Cold War - degli equilibri tra Europa e Oriente, e di quell'area composita che dal Mediterraneo giunge all'Iran e all'Iraq. Un nuovo scenario geopolitico in cui si giocano il presente e il futuro. La Porta questo ci ricorda. Quel rosso stabilisce immediatamente un contatto e un richiamo, tra il camion che irrompe sul mercatino natalizio di Berlino e il terrorista che fa strage nel Reina Club di Istanbul nella notte di Capodanno. Berlino chiama Istanbul, come a dire che siamo nella stessa storia e che, se tante, tantissime cose ci dividono e lacerano i rapporti, qualcosa ci unisce ed è, deve essere, più forte di tutte le divisioni, le incomprensioni e le contrapposizioni: il terrorismo che vuole farci regredire, che vorrebbe radicalizzare i nostri istinti alla reazione e alla chiusura, il terrorismo che vorrebbe distruggere la quotidianità e i suoi luoghi, i luoghi della festa, della gioia, dell'incontro, del dono, dello scambio, del dialogo. Nella sua efferatezza sanguinaria anche il terrore si porta dietro un carico simbolico - e ne è perfettamente cosciente - simmetrico e opposto a quello su cui esercita la sua pulsione alla morte. Per questo spara nel mucchio, uccide tutti e nessuno, uomini e donne, giovani, vecchi e bambini. Proclama il verbo della vendetta e della lotta santa, colpevolizza la nostra responsabilità storica di occidentali, croce e politica di potenza, lancia camion sulla folla e massacra la gente. Ovunque. Forse, bisognerebbe distinguere, tra questi invasati dell'odio, disponibili a tutto, e in questo caso anche a fuggire subito dopo l'impresa, e il contesto che - consapevoli o meno che ne siano - mette subito una bandierina su quello che hanno fatto e li riporta in questa guerra che tutto massimalizza e estremizza. E' una guerra doppia, ambigua e sfuggente, si combatte sui campi di battaglia, in modi altrettanto ambigui e purtroppo trasversali, e al tempo stesso nella nostra testa, presa in mezzo fra la paura, il terrore, la complicità, le colpe, l'orrore, i valori di una civiltà, con il paradosso di doverli difendere consapevoli della crisi che li colpisce. Non è facile, forse è impossibile, ma intanto guardiamo il rosso e il bianco della bandiera turca sulla Porta di Brandeburgo.