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La capriola del nuovo Presidente

Guido Barlozzetti
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State leggendo e oramai sapete se ha vinto The Donald o Hillary, il caterpillar o la maestrina di tante stagioni, se il Presidente degli Stati Uniti è per la prima volta una donna, dopo il primo afroamericano Barack Obama, o invece un competitor fuori schema, tollerato dal suo stesso partito, se gli Americani si sono fatti prendere dalla tentazione anti-establishment o se, al contrario, hanno preferito una soluzione di continuità politico-amministrativa. L'elezione del Presidente Usa ogni quattro anni è un segnale, un avviso ai naviganti del mondo, un'indicazione sulla stagione che tutti ci attende e la posta in gioco questa volta è stata complicata dalla differenza profonda tra i due antagonisti, mai così diversi per estrazione, tradizione, abitudini e costumi: una donna di lungo corso, che convive da sempre con le stanze del potere e un imprenditore sbruffone che parla chiaro, almeno a quello che dice, vorrebbe scardinare le consuetudini e rifare grande l'America che la politica ha bistrattato e scoraggiato. Che vinca l'uno o l'altro non è proprio la stessa cosa, certo, quando un candidato diventa Presidente e va a risiedere nella Casa Bianca, si trova a convivere con una storia e un sistema di interessi e poteri che hanno un'inerzia profonda, ma l'impressione è che da questa mattina qualcosa comunque cambierà. Donald dovrà dar seguito alle sue esternazioni tranchant su immigrati, occupazione, trattati commerciali, annunci neo-isolazionisti..., così come Hillary dovrà tenere conto, nella sua prospettiva democratica aperta e inclusiva, del grande pezzo di società americana che non ha votato e, se lo ha fatto, ha manifestato il suo dissenso radicale nei confronti della politica, lontana, chiusa in se stessa, insensibile a un quotidianità che i sogni li ha visti infrangersi sugli scogli della crisi, di tante, troppe, guerre e di un attivismo da superpotenza insostenibile e assediato da concorrenti aggressivi e dall'incremento a doppia cifra del Pil. Oggi finisce, comunque, il tempo del confronto, forse il più aggressivo e virulento mai visto, con lei che accusa lui di non pagare le tasse, di molestare le donne e di fare affari con Putin, e lui che rinfaccia a lei le tonnellate di mail compromettenti, l'asservimento alla vecchia politica politicante e un passato non proprio trasparente, a cominciare dalla vicinanza con il marito e dalle sue escursioni con le stagiste nella Sala Ovale. Non si sono risparmiati i due contendenti e hanno raschiato il barile delle ingiurie, hanno cercato di demolirsi e questo ha prodotto il risultato potenzialmente boomerang di delegittimarli entrambi di fronte agli elettori e, in ogni caso, di polarizzare il voto. Ecco, se c'è un pericolo da questa mattina è di avere un Presidente che non è di tutti, ma di una parte del Paese e che, per quanto cerchi di ricucire, venga percepito nella sua parzialità o addirittura rifiutato da chi non lo ha votato. Perché, sarà il caso di sottolinearlo, nulla accade a caso e questa contrapposizione tra Donald e Hillary è rappresentativa di una faglia strutturale che attraversa l'America, che la spacca in due e si riflette nella comune debolezza dei due e nell'impossibilità di un contatto o comunque di un minimo comune denominatore in cui, al di là delle differenze, riconoscersi. Che sia Hillary o Donald, da oggi il compito che hanno di fronte è di guardare oltre il perimetro di incompatibilità in cui si sono rinchiusi e di interpretare un bisogno di cambiamento. Devono fare una capriola, coniugare la continuità con la rottura, nella politica interna e, di riflesso, in quella internazionale. La nostra speranza è che, chiunque abbia vinto, dimostri di essere più grandi dei limiti che lo hanno fatto vincere.