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Il tempo dei duelli

Guido Barlozzetti
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Che il duello sia uno degli stratagemmi narrativi più forti è chiaro fin dai tempi di Ettore e Achille. Che continui a costituire un asso nella manica nella comunicazione di oggi è altrettanto evidente. La contrapposizione paga, lo scontro accende l'attenzione e riduce la complessità di un dibattito alla semplicità brutale di un confronto diretto fra due protagonisti. Mi pare una sorta di costrizione, di un inevitabile imbuto in cui convergono sia l'interesse del pubblico, sia di chi gestisce le leve dei media, sia del dibattito in una società nel tempo dei mezzi di comunicazione. D'altronde, nel luogo massimo dello spettacolo, da decenni le elezioni presidenziali sottostanno alla modalità della competizione che va a culminare nei “Debates” fra i due condidati. Come abbiamo potuto verificare ancora una volta due sere fa, quando sono scesi a singolar tenzone televisiva il Pugile Donald Trump e la Maestrina Hillary Clinton. Un ring, preparato da una spirale di annunci, da polemiche infuocate e attizzate ancora di più dalle rivelazioni sui due competitors, in particolare le dichiarazioni che avrebbero dovuto essere off-records di Donald sulla sua visione della donna e la relazione da intrattenere con essa. E il Duello, lungi dall'essere una semplice convenzione retorica, c'è stato. I due si sono espressi con tutte le loro forze e risorse, ciascuno secondo temperamento e stile discorsivo, aggressivo, sprezzante, sbrigativo quello di Trump, freddo, tagliente e lucido quello di Hillary. Poi, come è proprio del match, sono arrivate le giurie a stabilire chi avesse vinto e di quanto. E si è fatto anche il check-fact per controllare la rispondenza fra le affermazioni dei due e la realtà. Nel nostro piccolo, non siamo da meno. A largo del Nazareno è andato in scena l'ennesimo duello fra Renzi e la minoranza del PD, secondo un copione che il Segretario ha cercato di aprire a qualche spiraglio di revisione della proposta referendaria, e che, invece, la minoranza ha bocciato senza mezze misure, abbandonando l'aula al momento della votazione finale. La sensazione di essere ormai fuori tempo massimo, ognuno ormai per sé e per la sua strada. Renzi contro D'Alema, Renzi contro Bersani, l'antitesi è netta e frontale da tempo e ancora una volta mette a confronto stili diversi. Renzi strasicuro di sé, rullo compressore del nuovo, nella parte di un mediatore nemmeno troppo convinto e in una parte che non gli si adatta, da una parte, e la gelida ironia di D'Alema e la sbriciolona di Bersani, dall'altra, campioni di un partito in cui vogliono restare ma che non riconoscono nella gestione attuale, travolti ormai dal desiderio di mandare a casa l'usurpatore, il dilapidatore della tradizione di cui sono i gelosi custodi. Tanta retorica, insieme a tanta memoria corta e al rischio di cortocircuito di un leaderismo che non buca più come prima la percezione della gente. Infine, la partita fra Malagò, Presidente del Coni, e la sindaca Raggi. Guerra aperta e anche qui stili e posizioni discorsive agli antipodi. Malagò maltrattato, inascoltato e respinto al mittente, che vede svanire il sogno di Roma olimpica, e la sindaca imperturbabile, querula difensore dell'onestà, che ha un'altra agenda sull'avvenire della capitale. Ultima puntata, il confronto è diventato quello tra Roma e Milano (appena reduce dalla battaglia con Torino sul Salone Libri). Non volete le Olimpiadi? Bene, il Cio, se vorrà venire, lo accoglieremo a Milano. Così Malagò nel giorno in cui i dati di una ricerca dicono che i turisti a Milano, battono quelli di Roma, e che il capoluogo lombardo è al terzo posto in Europa dopo Londra e Parigi. Se guerra deve essere che guerra sia.