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Trump-Clinton: il boxeur e la maestrina

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Guido Barlozzetti
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Donald e Hillary hanno mantenuto fede alle attese e il primo match pubblico non ha deluso lo spettacolo della politica americana. Novanta minuti di televisione, mediati da un giornalista della Nbc con licenza di domanda (impensabile da noi..), in cui hanno affrontato i temi dell'attualità Usa e inevitabilmente globale e hanno fatto capire di che pasta sono fatti. Ruvida e come un diretto al volto quella del boxeur Donald, che entra in campo con la carica di John Wayne e Robert Mitchum, pignola e velenosa, forse cinica e crudele come certi personaggi di Bette Davis, quella della maestrina Hillary. Li voglio chiamare così, il boxeur e la maestrina, per dare il colore di un'epica che va oltre la cronaca e che vede l'uno contro l'altro i candidati alla Casa Bianca. Poi, nell'epica bisogna cominciare a guardare e a sottrarre. Quando arrivi su quella scena c'è poco da scherzare, uno dei due diventerà il presidente degli Stati Uniti e quindi vanno ascoltati, non facendosi condizionare dagli stereotipi della propaganda a favore o contro. Operazione non facile perché Donald e Hillary non sono solo sé stessi, sono il prodotto di una macchina della comunicazione che ne ha pianificato gesti e parole e disegnato il tragitto giorno dopo giorno, in modo da offrire l'immagine più convincente al potenziale elettore. L'incazzato, smarrito, con grande voglia di chiudersi in casa, quello di Trump, il moderato che si sente a rischio ma crede ancora nel progetto e nella capacità della politica di tenere insieme individuo e società, quello di Hillary. Si sono presentati con colori diversi. Rosso porpora Hillary e nero con cravatta azzurra Donald, a rovesciare i colori tradizionali delle scuderie di appartenenza, la democratica e la repubblicana. E già in questo un piccolo spiazzamento. Non è stata una cerimonia con un copione scritto e i due antagonisti ne sono usciti con un profilo che va al di là delle immagini consolidate. Trump ha colpito ma non con l'usuale, a volte sgarbata e sguaiata, irruenza, ha attaccato ma ha rispettato l'avversario. Forse, si è ricordato di avere davanti una platea più ampia dei focosi supporters che lo acclamano. Clinton è andata giù pesante e, a parte qualche momento, non ha mai barcollato e ha rintuzzato le offensive senza battere ciglio e con un aplomb che, via via, ha dato un'impressione di autorevolezza. Non si sono risparmiati i fendenti sul pubblico e sul privato. Donald ha detto a Hillary di non avere carisma né la statura per essere Presidente, e l'ha accusata di essere corresponsabile nella politica rovinosa degli ultimi venti anni. Lei ha ricordato a Trump i soldi di papà, gli ha detto che sarebbe un pericolo per il Paese se andasse a Washington, gli ha rinfacciato di non pagare le tasse, i rapporti con Putin, il razzismo e le manovre sul certificato di nascita di Obama. Insomma, un match in piena regola dove entrambi hanno fatto di tutto per smontare la credibilità dell'altro e che, alla fine, ci lascia con l'impressione che i giochi siano ancora largamente aperti e che gli elettori americani si trovino di fronte a due reali alternative che possono indirizzare in modi molto diversi la politica interna e estera degli Stati Uniti. Due modi di intendere e rilanciare il Sogno Americano che tante crepe manifesta, dalle incertezze sui teatri della geopolitica internazionale alle stragi, dalla disoccupazione al rinascente solco fra bianchi e neri. Alla fine, come due pugili dopo il gong, si sono dati la mano, si sono offerti ai fotografi e poi si sono raccolti ciascuno nel guscio della propria famiglia. Un quadretto che in America conta e parecchio. Aspettiamo il prossimo dibattito fra il boxeur e la maestrina.