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Un Salone del libro? No, due

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Jacopo Barbarito
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Un Salone e una Fiera del Libro, almeno questo sembra il destino dopo la riunione davanti al ministro Franceschini delle due controparti. Niente da fare per la mediazione che avrebbe dovuto includere e tenere insieme all'interno di un'unica manifestazione, magari di diversificando focus e vocazioni. Niente da fare, l'Aie, l'associazione che riunisce gli editori, è stata irremovibile sulla volontà di puntare su Milano. Come, d'altronde, s'era già capito quando aveva - prima dell'incontro - aveva annunciato le date del suo Salone alla Fiera di Milano, con tanto di società già costituita con la Fiera milanese. Dunque, siamo a un punto zero o, se si vuole, a un punto 2 tutto da inventare e decifrare. Che questa storia finissse muro contro muro era già nelle cose, vista l'orgogliosa difesa dell'appuntamento torinese da parte del Comune e della Regione Piemonte e, di contro, la determinazione dell'Aie, a costo anche di perdere pezzi. Adesso, è ufficiale, ognuno per conto proprio e grande è la nebulosa: i grandi editori contro i piccoli, gli editori contro i librai, il mercato contro la cultura.. oppure un po' di qua e un po' di là tutti e due, Milano e Torino, che come da tradizione trovano sempre più motivi per contrapporsi che per collaborare a una strategica visione comune. Perché si è arrivati a questo risultato? Intanto, il Salone di Torino qualche scricchiolio - specie nei conti - l'aveva manifestato, con polemiche, cambi di vertici, e la necessità di rimettere le cose su un binario di efficienza organizzativa e gestionale, a dispetto dei numeri-record dei visitatori. Il varco, insomma, si era già aperto e il malcontento vi si è infilato e ha preso la faccia (pre)potente dell'associazione degli editori che sono partiti lancia in resta, decisi a gestire direttamente una loro iniziativa di concerto con la Fiera di Milano, anch'essa desiderosa di saltare su un carro promettente di investimenti e ricavi. Nessun ripensamento e nessuna apertura, l'Aie è andata dritta, ha rotto gli ormeggi e ha puntato su Milano, e la questione ha finito per diventare un braccio di ferro non solo tra due scenari, uno esistente e uno possibile, sullo stesso copione dello spettacolo - i libri - ma un contenzioso fra Torino e Milano, rispolverando complessi di inferiorità antichi, vecchi conti aperti, la piemontesità post-savoiarda, riverniciata da Fassino-Chiamparino e ora Appendino, e la milanesità del cummenda e della metropoli, l'unica, bisogna dirlo, nel nostro Paese. Il campanilismo a volte fa sorridere, ma la nostra storia è fatta anche di questo e uno sguardo al passato non farebbe male. Se poi sul campanilismo si innestano rivendicazioni, interessi non necessariamente locali e debolezze profonde, allora si può arrivare a esiti paradossali. Avevano un Salone apprezzato e con qualche crepa, ma punto di riferimento nazionale e secondo in Europa, adesso ne avremo probabilmente due e non riusciamo a immaginare come, in ogni caso l'un contro l'altro armati a guerreggiare sullo stesso fronte, i libri. Un fronte che dalle nostre parti è sempre più fragile, che vede un mercato rattrappito e gli editori impauriti e disorientati, attenti più a ripetere che a innovare, a fare libri post-televisivi piuttosto che a ricercare strade nuove per la scrittura e modalità di contatto che siano capaci di scardinare il perimetro alla fine angusto della società letteraria nazionale. Se lo vediamo da questo punto di vista, il problema non è Milano contro Torino, o viceversa, è la debolezza strutturale di un comparto, che genera la frammentazione, gli arroccamenti, la logica difensiva anche quando sembra che si vada all'attacco. C'è un convitato di pietra in questa storia. Disperso, deluso, latitante, a fronte anche delle kermesse più spettacolari. Il lettore.