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Il Movimento è la Verità

Jacopo Barbarito
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L'aggrovigliata situazione del Comune di Roma non è solo un problema della capitale, in controluce è anche una dimostrazione di alcuni paradossi su cui si sta incagliando la politica italiana a tutti i livelli: il rapporto tra rappresentanze e cittadini, il rapporto tra movimenti e/o partiti e istituzioni, la selezione della classe dirigente, la trasparenza dei processi decisionali. Questioni che tutte si tengono e trovano nel Movimento Cinque Stelle un vero e proprio laboratorio. Quando ci si chiama movimento e si insiste su questa natura, è evidente che lo si fa contrapponendosi alle istituzioni: il punto è se l'opposizione riguardi queste istituzioni, malate, corrotte, burocratizzate.. o le istituzioni in quanto tali, che di per sé vogliono dire sistema e degenerazione. Il M5S rivendica questo profilo e lo fa in un modo così assolutistico che, per un verso, rifiuta qualunque mediazione e sbandiera il rapporto diretto con la base e la consultazione telematica come regola legittimante, per l'altro, si rifiuta a qualunque patto, alleanza o intesa che dir si voglia: alza un discrimine per certi versi biologico tra chi sta nel Movimento e nella sua utopia e chi ne sta fuori, si sottrae a qualunque rapporto e, in attesa del 51%, tuona contro il degrado dominante e tutti gli altri. Non siamo un partito, abbiamo un mandato diretto dalla gente, ok, ma poi, per sottrarre il movimento alla sua liquidità telematica - peraltro, circoscritta nella quantità e ambigua nella sua realtà e gestione - vengono fuori il capo carismatico, il figlio dell'eminenza grigia defunta e il direttorio. Non è solo una contraddizione in linea di principio, è una sfasatura inconfessata che porta a una serie di corti circuiti: c'è una gerarchia nel M5S? No, e allora il Capo e il Direttorio e il figlio del..? Non sono ammesse le correnti? No, non sono ammesse e le regole sono chiare, ok, ma bastano le regole per produrre un programma politico oppure essere costituiscono un filtro preventivo che vale per garantire i comportamenti ma non dice nulla sui contenuti di un'azione di governo? E, ancora, della politica del M5S fanno parte solo gli unti dal signore, oppure ci può essere un rapporto con la società cosiddetta civile e le professionalità che esprime? Oppure, ancora, se non hai l'investitura del Movimento sei segnato da infamante peccato originale? Mi pare che a Roma si stiano impantanando sul nodo fondamentale di "chi decide cosa", con dubbi e incertezze che riguardano sia il chi, sia il modo di decidere, sia inevitabilmente il cosa. E mi pare che una verità sia chiara: la rigidità formale dei principi - quali che siano - va a cozzare con la realtà, nel momento in cui un Movimento così (de)strutturato non riesce a gestire in modo aperto un dibattito interno che resta sospeso, fra le espulsioni e la negazione delle correnti e un giacobinismo pronto a infierire su chiunque deroga, da un lato, e, dall'altro, una tendenza alla chiusura e all'opacità dei processi decisionali, a un personalismo trasversale smentito e praticato che si riverbera sull'immagine stessa del Movimento, ne esplicita le contraddizioni e pone interrogativi seri sulla capacità di fare politica nella Capitale e.. oltre. Il M5S è nato da un rifiuto della partitocrazia, bene, obiettivo largamente condivisibile, però l'etica che si assolutizza così rischia di ritrovarsi indifesa di fronte al ritorno brutale del rimosso: le ambizioni, le debolezze, le menzogne, gli odi, i tradimenti. Ogni tanto, modesto consiglio, sarebbe il caso di dare un'occhiata al Principe di Machiavelli, che conosceva i principi fondanti del potere e altrettanto bene la "verità effettuale" degli uomini, in attesa di una rigenerazione che per ora non è alle viste.