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La politica digitale

Guido Barlozzetti
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Si possono dire tante cose su Gianroberto Casaleggio, ma non che non abbia introdotto una discontinuità nella vita politica italiana. Dico vita politica e non politica, perché l'idea-perno attorno a cui ha ruotato tutto il suo percorso è stata quella di una democrazia diretta che avesse al centro il cittadino, oltre le mediazioni diventate barriere e le istituzioni diventate Palazzo. Non un'idea originale, non è stato certamente il primo a parlare di quel sogno o utopia, che per lui era diventato un traguardo, dalla polis greca a Jean-Jacques Rousseau con il Contratto Sociale a Marx, quell'obiettivo ha accompagnato millenarie convulsioni del potere, individuando il punto in cui il potere non dovrebbe esistere più perché esercitato direttamente dai cittadini. In più, Casaleggio, rispetto a questa domanda visionaria, che spesso nella storia si è associata a drammatici paradossi, basterebbe pensare all'evoluzione dai soviet della Rivoluzione d'Ottobre al centralismo democratico a Stalin, in più ha aggiunto la novità del suo tempo, la rete, Internet. Casaleggio è arrivato alla politica da lì, dalla rete, e non l'ha considerata un'appendice, un'aggiunta strumentale di cui il potere si dota per governare meglio, piuttosto l'ha investita a demiurgo del nuovo: la rete della tecnologia come modalità rivoluzionaria che consente a tutti di partecipare al processo decisionale, di esprimere la propria opinione, di candidarsi e sottoporsi al vaglio della comunità, e appunto di scegliere i rappresentanti. Niente partiti, niente lobby, niente trasversalità e fumisterie, un processo aperto e trasparente che non si conclude mai. Stiamo parlando di un'idea, che come tutte le idee comporta una pratica e una dimensione empirica che la sottopone alla prova della realtà e la trasforma da un'indicazione in un comportamento. Casaleggio ha dato a Grillo questa cornice e lì dentro è nato e cresciuto il Movimento Cinque Stelle, due teste da una parte e il cosiddetto popolo della rete dall'altro, come mai si era visto prima. Un laboratorio della politica che ha dovuto subito scontrarsi con alcune contraddizioni oltre che con il rischio della retorica delle parole. Intanto, quella di una paternità anomala, nel senso di un motore personalizzato che non si è tolto di mezzo, una volta partito il processo, ma ha continuato a guidarlo, sorvegliarlo e per certi versi controllarlo. E poi la forza e il limite della democrazia diretta: il risultato di una consultazione, condizionato dalla quantità spesso non controllabile di chi si è espresso, che si trasforma in un diktat, in un anatema immediato e indiscutibile, al punto da evocare certi fantasmi da giacobinismo della Convenzione. Infine, il doppio binario e cioè l'esercizio di equilibrismo a cui è stato chiamato un movimento, nel senso anti-istituzionale del termine, che per entrare nella politica deve darsi una rappresentanza - ricordate la circolarità delle cariche agli esordi in Parlamento? - e poi finisce inevitabilmente per imporre volti e corpi, nonostante l'asserito e ripetuto riferimento legittimante della rete. Un doppio binario che spiega anche l'intransigenza dura e non compromissoria con cui si sono presentati i Cinquestelle e la loro difficoltà a tenere insieme contestazione del sistema e partecipazione, almeno fino a quando non hai il 51% dei voti che ti consegna la maggioranza assoluta. Ciò che, peraltro, porrebbe il problema del 49% restante e, in ogni caso, di quanto e fino a che punto la democrazia diretta digitale possa pensare di poter fare a meno di mediazioni e rappresentanze. E quelli che non stanno sulla rete? Ci pensa per tutti l'automatismo di un algoritmo? Sono questioni aperte, sospese fra l'analogico tradizionale della politica e la sua riconfigurazione digitale. Casaleggio, leader nell'ombra, ha inventato una paradossale start-up che, con e al di là dei Cinquestelle, ci ricorda del nostro disagio profondo, di una cittadinanza da riconquistare e del futuro che ci aspetta.