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Se la morte diventa banale

Guido Barlozzetti
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Morti inspiegabili e assassini misteriosi e indecifrabili, anche quando se ne conosce il nome e il volto. Sarà per il vizio della cronaca nera di enfatizzare i casi più controversi e pieni di ombre - e non vogliamo affatto assecondare questa deriva scandalistica, che trasforma la televisione in un talk-show dall'obitorio - ci ritroviamo con vittime di una violenza che si rifrange sull'idea stessa della morte e sulla sua densità reale e simbolica. Assistiamo a un succedersi di morti violente che portano con sé uno scarto che non sappiamo riempire e che non riusciamo a ricondurre a un qualche senso. Morti che parlano dell'inspiegabile della morte, che ce la sbattono davanti e ce ne ricordano il buio. Che può avere facce diverse, ma sempre buio resta, nonostante tutti i tentativi di esorcizzarlo, a cominciare dai discorsi e dalle cerimonie con ospiti e esperti che non cessano di discettare e sentenziare, come nel più attraente dei giochi di società. Il corpo di Giulio Regeni viene ritrovato in un fosso alla periferia del Cairo, Fausto Piano e Salvatore Failla vengono uccisi in Libia non si sa bene come e da chi e, in un quartiere romano, due giovani uccidono un amico, un conoscente... non si capisce, in un festino, è la parola giusta?, con alcol e droga. Situazioni diverse e lontane le une dalle altre. Un ricercatore sui movimenti di protesta in Egitto, due dipendenti di un'azienda che lavoravano in Libia, un ragazzo che si ritrova in una notte “estrema” che lo sballo non aiuta a capire. Di Regeni, dopo che un ministro egiziano tenta di sviare e parla di incidente stradale e poi di vendette personali, si continua a dire che sia finito in un gioco più grande di lui, una faida tra rami dei servizi segreti egiziani, ma le indagini vanno a rilento e i cassetti con i documenti restano chiusi. Di Failla e Piano sappiamo cosa hanno detto i due compagni sopravvissuti, che sono stati portati via dal nascondiglio e che i rapitori più che a una costola dell'Is facevano pensare a una banda di predatori. Poi, sono stati uccisi, in uno scontro con le forze di sicurezza libiche? Oppure, si è trattato di un'esecuzione e, allora, perché e all'interno di quale trattativa o di quale scenario? Morti che parlano di un'impotenza, di qualcosa che fa si che la vita di qualcuno diventi una posta in gioco in un groviglio sanguinoso come quello della Libia o nell'incerto cammino dell'Egitto, fra generali dispotici e terroristi. Si muore senza una ragione oppure con una ragione che deve restare sepolta, perché il gioco crudele della politica - o del suo spappolamento fra poteri - è più forte dei poveri disgraziati che hanno l'avventura di finirci dentro e perché siamo arrivati a un punto di efferatezza e indifferenza che un morto in più o in meno non fa la differenza e tanto peggio per chi ci rimette la pelle. E Luca Varani? Qui non ci sono servizi segreti. Ci sono tre ragazzi in una notte in un appartamento, con due che a un certo punto ammazzano l'altro. Dicono che non erano in sé, che hanno voluto provare cosa significa uccidere qualcuno... dicono e non sappiamo veramente cosa sia accaduto e in quale infernale concatenazione di vizi, aberrazioni, siderale insensibilità Luca si sia trovato. Una morte gratuita? E che vuol dire? Gratuito significa solo che non c'è una spiegazione e ci ricorda l'abisso che sta nella testa dei due aguzzini e il nulla che per loro ha contato la vita che hanno deciso di cancellare con la crudeltà di cui si racconta. Non c'è bisogno di scomodare Caino e Abele, no, qui la banalità della morte parla della realpolitik, del terrorismo e di figurine annoiate in cerca di succedanei estremi, che non si fanno domande ma conoscono solo la deriva “spensierata” del loro desiderio. Una volta si parlava di sacralità della vita, e la morte ne faceva parte.