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Quel mostro che non se n'è mai andato

Michele Cucuzza
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“Nevicava mercoledì mattina, a complicare le cose, quando si è risvegliato il mostro”. Lo chiamano così il terremoto all'Aquila, anche a casa Sconcerti, il padre ingegnere, la madre cuoca in una struttura religiosa, la figlia Irene, 25 anni, laureanda in economia: il mostro che li tormenta, terrorizza e ne condiziona l'esistenza da quel tragico 6 aprile 2009, quando il terremoto ha distrutto la città facendo in Abruzzo più di 300 morti, 1.600 feriti, 65mila sfollati e distruzioni per 10 miliardi di euro. “L'altro giorno ero sotto la doccia” racconta Irene: “è andata via la luce, le pareti del bagno tremavano. Abitiamo al quinto piano: il palazzo, a dieci minuti dal centro dell'Aquila, oscillava. Tremavo, non riuscivo neanche a prendere il telefono in mano: non ho più smesso di tremare fino al pomeriggio. Per esperienza sappiamo che il terremoto si ripete: volevamo scappare di casa, ci siamo preparati alla bell'e meglio. Davanti all'ingresso, ha fatto la seconda scossa, molto più forte e lunga della prima. Ci guardavamo in faccia mentre sentivamo il pavimento ondeggiare, i lampadari muoversi, i piatti appesi sulla parete sul corridoio tremare. Istintivamente ho allargato le braccia, le mani strette agli stipiti della porta di casa già aperta: il terremoto non finiva mai. Ogni volta l'ultima mi sembra peggiore della scossa precedente. Alle 11.26 stavamo cercando di liberare dalla neve la macchina parcheggiata sotto casa. Ero seduta per infilarmi i doposci: ho sentito come un boato, tutte le finestre del palazzo e la saracinesca del garage che sbattevano, ci siamo precipitati in macchina per allontanarci, facendo fatica per via della neve. All'ora di pranzo, assieme alla famiglia del nostro stesso pianerottolo, abbiamo deciso di risalire per mangiare un boccone: quando ha fatto la quarta scossa eravamo seduti a tavola, il palazzo oscillava un'altra volta. In quei momenti preghi perché tutto finisca prima possibile. Il pensiero del 2009 me lo porto dietro sempre: ma è stato questo 24 agosto, con il terremoto di Amatrice e Accumoli che abbiamo sentito fortissimo anche all'Aquila, che si sono risvegliate le emozioni, i ricordi, gli incubi di sette anni fa. Quella volta ci ha coinvolto in pieno, abbiamo avuto la casa lesionata, siamo stati sfollati, tanti amici morti. Avevo 18 anni, era la domenica delle Palme, da mesi c'erano scosse ma nessuno si sarebbe immaginata una cosa del genere. E' stata mia madre a metterci in salvo: dopo che intorno alle 23 c'era stato il terremoto, ci ha obbligati a uscire di casa e a rifugiarci in macchina. Ed è stato lì, grazie al cielo, che ci siamo presi la scossa terribile delle 3.32. A casa si sono rotti muri e tramezzi, tutte le suppellettili a terra. Siamo andati a vivere, fino a due anni fa, in una delle case di legno antisismiche di Sassa, nella zona ovest della città. È da allora che non viviamo più una situazione di normalità: abbiamo sofferto enormemente il fatto di non avere più il centro storico in città, tutti i nostri punti di riferimento sono svaniti; il nuovo centro, per così dire, è stato per anni lo shopping center in zona Pile, ad Aquila ovest. In tanti sono andati via: noi non potevamo, mio padre doveva lavorare in azienda, io avevo la scuola e poi l'università. Abituarsi? Impossibile far diventare normalità quello che è tutto tranne che normalità. Abbiamo comprato una casa nuova, ma le scosse, anche piccole, da quel 2009, non sono mai finite. Quell'esperienza ci ha segnato per tutta la vita: non solo a livello sociale, come comunità, ma anche come individui. Pure la scienza dice che abbiamo subìto danni cerebrali: gli psicologi ci hanno aiutato ma l'ansia, l'insicurezza rimangono, ingestibili, come le scosse che non finiscono mai. Non te la senti più di stare in casa da solo. Io sono tornata a dormire con mia mamma, nello stesso letto: ho paura del buio, della notte. Ho bisogno di tranquillità. Da mercoledì più che mai. Finita l'università, come tanti anche adesso, lascerò l'Aquila”. [email protected]