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Terremoto, la scoperta dell'altro

Michele Cucuzza
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Lo spirito di solidarietà che prova a mitigare l'angoscia delle giornate terribili del terremoto non è detto che debba affievolirsi, disperdersi, lasciandoci come in tanti altri casi con l'amaro in bocca. Al contrario, tornare a sentirsi comunità genuina, con radici, energie, legami è quello di cui ha bisogno tutta l'Italia sfiancata dalla crisi e disgustata dall'illegalità. La riflessione dell'antropologo Paolo Palmeri, docente alla 'Sapienza', ricerche condotte per anni tra Senegal e sud-est asiatico, parte dall'esperienza diretta, la prima scossa, quella delle 3,36, avvertita vicino a Todi dove il professore risiede da qualche anno: “è stata fortissima, mi ha svegliato, la mia camera ha ondeggiato a destra e sinistra. Però la casa ha resistito, è a norma. Perché non è stato così per chi viveva ad Amatrice, Accumoli, nelle Marche?”. Ed ecco, subito, il senso di quel disastro che ha causato quasi 300 morti e 3500 sfollati: “terrificante, per chi sopravvive il terremoto è un evento epocale. Non si perdono, in molti casi, solo gli affetti: si perde la casa, il proprio rifugio, la propria intimità. E' così ovunque nel mondo. Cambia radicalmente tutto: un azzeramento insopportabile, ancora più penoso per le persone più fragili, quelle che non hanno le spalle coperte”. Nell'antropologo si fanno strada altre considerazioni frutto dell'esperienza di studioso in mezzo mondo: “il terremoto è visto quasi sempre come la risposta del nostro Dio, la punizione per il male che l'uomo ha commesso o per ciò che non ha fatto. E' incredibile quanto venga vissuto con senso di colpa”. Il Vescovo di Rieti Domenico Pompili ai funerali di Amatrice ha tuonato: ‘Dio non c'entra, la colpa è dell'uomo': è una persona sensata, è già stato detto che in Giappone un terremoto come questo non avrebbe fatto vittime. Anche se, in quei momenti tremendi, chi non avrebbe invocato Dio?”. Lo sciame sismico martella, arriva il maltempo, eppure c'è chi riapre un bar: “la vita continua. Tentare di ricominciare, malgrado la paura, è una sfida, una risposta orgogliosa. Mi fa venire in mente quanto raccontano i friulani ricordando il terremoto del '76: ci siamo subito rimboccati le maniche, abbiamo ricostruito tutto senza l'aiuto di nessuno”. Ma con un forte spirito di solidarietà: “nelle catastrofi l'uomo ritrova il bisogno di stare assieme, si rafforzano i legami con parenti e amici. E' l'esperienza della comunità: si è molto più disponibili, capaci di dare. Se uno ti chiede una bottiglia d'acqua gliela dai subito: la solidarietà nuova germinata nell'emergenza è qualcosa di unico. Per sopravvivere devi essere in pace con te stesso e con gli altri, devi dare”. E dopo, quando finalmente l'allarme sarà cessato? “Gli inglesi dicono: sono lezioni apprese, rimangono. La generosità fa del bene al nostro cuore, fa aumentare la nostra autostima. Chi hai aiutato sarà pronto, in futuro, se necessario, a darti ancora quello che può. E' come soffiare sul fuoco: la comunità viene rivitalizzata. Al vicino di casa, che prima neanche salutavi, sei pronto a offrire quel che ti è rimasto. Una similitudine: le anziane che una volta si sedevano davanti a casa, nei paesi, a guardar passare la gente e le macchine erano questo, la casa privata che si apre sul pubblico, la disponibilità a socializzare. Il terremoto rompe il diaframma tra il mio e il tuo, il dentro e il fuori, accomuna nella catastrofe e cambia inevitabilmente i rapporti”. Si resta comunque segnati: “enormemente. Gli scampati hanno bisogno di rimanere nella loro terra, che pure li ha colpiti, per non perdere il contatto con i parenti perduti, le radici, le tradizioni, la loro storia. Giustissima, dunque, la protesta perché i funerali si tenessero nella loro Amatrice e non a Rieti e la volontà di ricostruire tutto esattamente dov'era prima. Accanto all'orgoglio testimonia quanto abbiamo bisogno l'uno dell'altro, quanto feconda sia la comunità. Quella cui aspira l'Italia intera solidale”. [email protected]