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Prevenire ci costerebbe meno

Michele Cucuzza
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“Si è trattato di un terremoto tipico dell'Appennino, una catena interamente sismica dalla Liguria fino alla Calabria. Dentro la crosta terrestre, a 5-10 km di chilometri di profondità, si è determinata una frattura larga una decina. E' quella ad aver provocato il disastro di Amatrice, Accumoli, Arquata e Pescara del Tronto”. Il professir Enzo Boschi, per molti anni presidente dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, ci aiuta a trasformare paura e sconcerto in voglia di capire: “L'Italia è stretta in una morsa tra la placca africana e quella europea, due enormi unità geologiche che si scontrano, naturalmente molto lentamente nel tempo. L'energia che le placche in collisione scatenano rimane per qualche tempo come immagazzinata, appena però lo stress dell'urto genera una frattura, quell'energia affiora in superficie come forza distruttrice, causando le sciagure che abbiamo di fronte agli occhi “. Eventi drammatici che chi analizza l'evoluzione geologica del nostro pianeta non considera come eccezionali: “Sono un centinaio i terremoti di questa entità e anche maggiore che si verificano ogni anno sulla terra”. Purtroppo dalle nostre parti gli eventi disastrosi si susseguono negli anni: “Questo terremoto certamente assomiglia a quello dell'Aquila del 2009. Ma è simile anche al sisma che, sempre nell'Umbria e nelle Marche, nel '97 provocò 11 morti, 100 feriti e danneggiò oltre 80 mila abitazioni, tra Foligno, Nocera Umbra, Assisi (dove crollò la basilica superiore di san Francesco), Fabriano e Camerino. E ancora più in là nel tempo, ricorda il terremoto di Norcia del '79'”. Perché tante vittime e insediamenti distrutti? La statistica che riassume le catastrofi che periodicamente si ripetono, oltre alla natura profonda del territorio, chiama inevitabilmente in causa l'operato dell'uomo: “Le conseguenze di un terremoto dipendono prevalentemente dalla qualità degli edifici. Le vittime sono causate quasi esclusivamente dal crollo delle case: in quelle zone, come peraltro in molte altre aree in Italia, le costruzioni sono purtroppo di pessima qualità e non reggono alla forte sollecitazione dei terremoti. Le normative per la prevenzione sismica ci sono ma non vengono rispettate. Anzi, generalmente le si mette in pratica dopo che il terremoto è avvenuto. A Norcia, per esempio, dopo il sisma di cui parlavo, si è ricostruito bene: infatti il terremoto di mercoledì ha avuto effetti praticamente trascurabili”. Il professor Boschi fa riferimento alle leggi che impongono ormai al 70% degli edifici del nostro paese, vecchi e nuovi, di essere - oltre che robusti - adeguatamente flessibili e dotati di protezioni che scarichino l'energia sismica impedendo il crollo: “Norme ben note che non si applicano per risparmiare. Da noi per lungo tempo l'edilizia è stata vista come uno strumento per guadagnare velocemente”. Intanto all'estero la prevenzione del rischio sismico è ormai un obbligo di routine: “Sono tutti più avanti di noi, dal Giappone (i suoi scienziati sono venuti a studiare in Italia dopo il disastroso terremoto di Messina del 1908), alla Nuova Zelanda, alla California e più recentemente anche alla Turchia. Il guaio è che i paesi economicamente più forti in Europa, Germania e Francia, non essendo a rischio sismico sono poco interessati all'argomento. Ma anche da sola l'Italia, il paese europeo più esposto ai terremoti oltre che al rischio vulcanico, deve affrontare il problema della prevenzione seriamente, una volta per tutte . Pensare che se ne parla dal '68, da dopo il Belice. La flessibilità che il governo chiede in questi giorni a Berlino e Parigi dovrebbe consentire prima di tutto la messa in sicurezza degli edifici: bisogna varare un piano di ristrutturazione in tutto il territorio nazionale, in particolare nelle zone ad alta pericolosità sismica. I costi? Sarebbero comunque 7-8 volte inferiori a quelli della ricostruzione post sisma, senza parlare delle vite umane”.