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Gomorra non celebra la realtà malavitosa

Michele Cucuzza
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Non credo che stavolta “Gomorra” (la seconda serie è cominciata su Sky con il pieno di ascolti) celebri la realtà malavitosa come è stato detto, rischiando di far esaltare i ragazzi dei quartieri di Napoli, le batterie sempre più fuori controllo che sparano senza sosta nella paranza, una guerra di tutti contro tutti, come a Marano dove mercoledì sono stati uccisi padre e figlio in pieno giorno, con l'uomo che ha tentato inutilmente di fare da scudo al giovane. Nella prima puntata della fiction diretta da Stefano Sollima e ispirata al celebre romanzo di Roberto Saviano, mentre si consuma il tradimento degli scissionisti nei confronti del capoclan Savastano, tra esecuzioni a freddo, ceffi tremendi accanto a bambini, borse piene di contanti nella luce livida delle piazze dello smercio di droga in cui si stringono nuove alleanze per far nascere gli '”stati uniti (dello spaccio) di Scampia e Secondigliano”, i criminali vivono da schifo: solo violenza, rabbia furiosa ma anche paura. Non c'è spazio per nient'altro. Al ristorante di lusso, Ciro (Marco D'Amore), il traditore , dice alla moglie Debora (Pina Turco): “tu sai tutto quello che ho fatto per stare dove siamo adesso, stiamo in cima, non ci ferma nessuno”. E la donna: “se non ti fermi adesso, ci ferma qualcun altro”. La discussione degenera, la donna - terrorizzata che i rivali le uccidano la figlia - ha una crisi di nervi: il marito finisce per strangolarla sulla spiaggia e bruciarne il cadavere in un capannone. Qualcosa di tremendo, un'atrocità spaventosa, che speriamo i più piccoli non vedano (ecco il perché del cartello sui titoli di testa, “sconsigliato a un pubblico facilmente impressionabile”), ma come si fa a dire che il male viene celebrato? Scene terribili, di sicuro mai viste prima in una serie italiana: mostrano senza equivoci di che pasta sono fatti i malavitosi, i ras dello spaccio, quelli che come Ciro si proclamano “immortali” e che piangono a dirotto dopo l' atrocità commessa. La seconda puntata - insolitamente lenta - si apre, un anno dopo, in Honduras: il rampollo ormai guarito dei Savastano (Salvatore Esposito) costringe un soldato dell'esercito del paese centramericano fatto prigioniero dai narcos suoi compari a uccidere un commilitone a colpi di machete mentre lui riprende la scena con il telefonino. Spettacolarizzazione della violenza? Qualcuno ci giurerà: è difficile però che criminali di questa fatta risultino fascinosi. Altro che la banalità del male: qui siamo in piena psicopatia. E non è tutto: quando Pietro Savastano (Fortunato Cerlino), in esilio forzato dopo l'evasione dal carcere per salvarsi la pelle dagli scissisionisti, si ritrova con il figlio a Koln, in Germania, non può fare a meno di sottolineare che lui vive così da 20 anni, “sempre con gli occhi aperti, a fare attenzione agli amici, ai nemici, ai traditori. 20 anni così” ripete. E' vero: la vita dei mafiosi è questa. E ammette, essenziale come un capo: “le cose non vanno bene”. Mica solo per le faide, ma soprattutto perché gli investigatori gli hanno bloccato denaro, conti correnti e hanno indagato i prestanome del suo giro: “senza soldi e con la polizia addosso” si lamenta “nessuno vuole fare affari con noi”. Il bene non si vedrà in questa fiction, come ormai è noto, ma l'efficacia dell'azione di contrasto degli organi dello stato non viene per questo trascurata. Poi, tanto per non smentirsi, padre e figlio litigano furiosamente, accusandosi reciprocamente di non essere all'altezza. Questa volta è Pietro a stringere le mani intorno al collo del giovane Genny, fermandosi appena in tempo. Altro che retorica sulla famiglia mafiosa, l'amore tra padri e figli criminali che la vulgata dei clan vorrebbe propinarci. Qui c'è solo odio, disprezzo e rivalità. Poi ricominciano le sparatorie tra clan, i morti ammazzati, le fughe disperate, l'angoscia, il cuore in gola. Per chissà quanto tempo ancora.