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I social: la nuova droga

Michele Cucuzza
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Ragionavo l'altro giorno su Facebook su un fenomeno che rischia di dilagare, il richiamo di presidi e professori a genitori di adolescenti coinvolti in “faide” virtuali sui social media, anticamera del bullismo vero e proprio: le pagine di Fb dominio dei ragazzi che si incendiano di insulti, minacce, pettegolezzi, foto inopportune, post di compagni di scuola o di altri istituti che si accaniscono sui figli di amici e conoscenti. Vere tragedie familiari (non scherzo, talvolta purtroppo gli esiti estremi, più drammatici, del bullismo on line vanno a far parte purtroppo della cronaca nera) che molto spesso si concludono - provvisoriamente - con minacce di sospensione dei giovani coinvolti, penalizzazioni pesanti nei giudizi in condotta, litigi e incomprensioni a casa. Cercando di riflettere sul perché di tutto questo - senza la pretesa di affiancare le riflessioni degli esperti sui “pericoli del web”- mi sono convinto che all'origine di tutto questo ci sia la dipendenza. Simile a quello che capita con la droga (naturalmente Fb e gli altri social media non hanno nessuna responsabilità in sé). In effetti è facile rendersi conto di quanto faccia piacere il consenso, il plauso, i '”mi piace”, i commenti positivi cui ci si abitua senza particolari meriti: bastano dei post ben riusciti, una battuta felice, un pensiero profondo copiato da qualche parte nella rete, foto carine o filmati curiosi. Una realtà che vale per tutti, figuriamoci per dei giovani ancora in formazione, gli stessi che assistono, probabilmente con invidia, al successo o meglio all'esplodere improvviso della “popolarità'” che la tv regala ad altri giovani che generalmente non hanno particolari meriti se non quello puro e semplice di partecipare a contest e reality. L'abitudine alla gratificazione in rete da parte degli “amici”, il piacere che dà una platea (piccola o grande che sia) conquistata senza sforzi né impegno, dove affiorano anche gli inevitabili corteggiamenti più o meno mascherati e sempre molto apprezzati, danno una soddisfazione speciale (ripeto: a quasi tutti, ma in special modo a chi, giovane di età, è particolarmente esposto al bisogno di approvazione), abituano al consenso, determinano dipendenza. Gli occhi sempre sullo schermo, le mani a cliccare sulla tastiera non si spiegano soltanto con il fascino del web (che pure c'è ed è immenso) quanto per la miniera di approvazione che non smettono di schiudere. I guai cominciano quando i nostri ragazzi scoprono che neanche postando e condividendo senza sosta si può essere perennemente liberi e felici: neanche navigando si sfugge alla vita reale, dove esistono cattiverie e delusioni, invidie e gelosie, malevolenze e sadismo. Capita quando qualcuno (vai a sapere perché) inverte la tendenza, lancia la prima frecciata, posta un'immagine sgradevole, irride, aggredisce, minaccia, insulta e scatena la piazza. Perché internet, a determinate condizioni, è fatto così: veloce e conformista, pronto al plauso passeggero quanto all'insulto repentino. Per poi stufarsi e passare ad altro. E' così che quel luogo così piacevole e gratificante per i nostri ragazzi può diventare la graticola delle loro sofferenze, delle ferite mediatiche, dei giudizi che fanno male, deprimono, trasformano l'incantesimo in un incubo. Abituati al plauso, dipendenti dal consenso, non possono certo sopportare la derisione e l'accanimento corale. Anche perché non pensano quasi mai a cancellare 'amici' e pagine sgradite. Ed è così che il parapiglia virtuale si trasferisce nella vita vera, a scuola, con il seguito che si è detto. Eppure basterebbe poco per insegnare ai nostri figli che i social media della contemporaneità sono potentissimi : maneggiarli con una sana dose di distacco, con spirito critico, come andrebbe fatto anche con la tv, è importante tanto quanto avere un grande o grandissimo numero di follower, che pure rimane una bella gratificazione. Questo sì che famiglie e scuola non dovrebbero smettere di ricordare. [email protected]