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Da Cuba a Bruxelles, il lato buio delle news

Michele Cucuzza
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Che effetto guardare le notizie in tv, martedì pomeriggio, il giorno della carneficina a Bruxelles. Lo schermo diviso in due, come usa adesso: sulla sinistra, in diretta, Obama che tiene la sua straordinaria lezione di libertà all'Avana raccontando (e proponendo) la democrazia ai cubani, sulla destra, nella capitale europea, i passeggeri in fuga nel fumo del metro, tra le urla dei bambini, dopo le esplosioni dei kamikaze islamici, quelli che la democrazia promettono di strapparcela. Il sogno e l'incubo, una nuova possibile alba e la minaccia del tramonto. “Non è perfetta la democrazia”, diceva tra gli applausi nel Teatro Nazionale cubano il presidente americano, “perché nemmeno noi lo siamo. Eppure credo che i cittadini debbano essere liberi (...) di esprimere la propria opinione senza paura, di criticare il loro governo, di protestare pacificamente, senza essere incarcerati arbitrariamente. Credo che ciascuno debba essere libero di praticare la propria fede in pace e in pubblico. E credo fermamente che i cittadini debbano essere liberi di scegliere chi li governa in elezioni libere”. Questo lo scrigno dei nostri valori che Barack Obama ha rievocato suscitando il malcelato fastidio di Raul Castro, incontrando poi una delegazioni di dissidenti cubani, dopo 55 anni di rottura diplomatica con i Castro. Da Bruxelles arrivava intanto la tragica replica indiretta, 31 morti, quasi 300 feriti, con la rivendicazione dell'Isis: “agli stati crociati alleati promettiamo giorni bui”. Nessuna retorica, per carità, non è questo il momento: di sicuro però è necessario che le opinioni pubbliche globali, il popolo dei social media, le istituzioni, le classi politiche, tutti noi prendiamo definitivamente coscienza che di questo che si tratta. E' la democrazia sotto l'attacco dei terroristi, la nostra storia, le nostre conquiste, i nostri stili di vita, le istituzioni che garantiscono libertà e diritti civili. Non è qualcosa di “folle” o di ‘”incomprensibile”, come qua e là si sente dire: si vuole destabilizzare l'Europa, è una guerra, come aveva detto per primo, lungimirante, Papa Francesco, come ha ripetuto dopo il Bataclan il presidente francese Hollande, come cominciano ad ammettere adesso altri leader europei. Una guerra, per quanto asimmetrica, è destinata a durare: proclamata unilateralmente in Iraq e Siria dal sedicente Stato islamico è attuata in Europa con le cinture esplosive da giovani immigrati di seconda o terza generazione, nati e cresciuti nelle nostre città e periferie, forse 400, che agiscono in modo organizzato come a Parigi e a Bruxelles ma che potrebbero effettuare nuovi attacchi, altrettanto micidiali, singolarmente, da lupi solitari. Di qui, insieme ai bombardamenti in corso da parte di una vasta coalizione internazionale su postazioni e truppe dei terroristi islamici in Medio Oriente, la necessità di uno straordinario livello di sorveglianza - nelle nostre città - di stazioni, aeroporti, luoghi affollati e di efficienti reti di intelligence, in grado di prevenire altri attentati: ciò che è mancato in Belgio e anche in Francia e di cui invece dispongono paesi come l'Italia che ha saputo contrastare fino a stroncarli il terrorismo interno e la mafia stragista. Manca purtroppo una struttura europea di coordinamento dei servizi segreti, per non parlare dei ritardi nei progetti di difesa e di polizia di frontiera comuni, arenati da decenni e di cui si è tornati a parlare solo con la crisi dei migranti, come alternativa alle chiusure delle frontiere interne. I ritardi e gli egoismi pesano e si pagano, purtroppo. Come dice il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si tratta di una “sfida decisiva”. E' tempo di prenderne atto. Noi che al momento viviamo nel lato buio delle news, dove rischiano di covare per reazione irrazionalità e incitamento all'odio, ci aspettiamo che i nostri leader siano tali anche in Europa, svolgendo quel ruolo di guida che i tempi richiedono, con proposte e risultati, non solo lamentele, pure giustificate. [email protected]